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Finibusterrae: il sud visto con occhi diversi
Teatrolaboratorio Le Lune - regia di Pierluigi Mele
Martedì 5 settembre
2006
alle ore 21 presso Piazza del Popolo a Ruffano è di scena
Finibusterrae, il nuovo spettacolo del Teatrolaboratorio Le Lune.
Testi: Pierluigi Mele, Antonio
Errico,
Con: Pierluigi Mele, Sandra
Piceci, Roberta Refolo, Marina Macrì
Musiche in scena: Salvatore
Mangia
Regia: Pierluigi Mele
Lo
spettacolo, frutto del montaggio fra testi teatrali e lirici di Mele con scritti
saggistici e narrativi di Errico, è un invito al viaggio attraverso quattro
luoghi di mare, ma è soprattutto un invito ad un diverso modo di attraversare il
Salento: ad occhi chiusi. Senza interessi da cartolina.
Partendo da
Otranto, luogo del mito, di
San Nicola di Casole, della Cattedrale, dei codici aperti sul Mediterraneo.
Otranto, sintesi del pensiero di Oriente e Occidente, culla di storia e
leggenda. Con i suoi poeti e amanuensi, i racconti e le visioni di tanta
letteratura, le storie di tanti che ancora scrivono, che sempre scriveranno di
questo luogo.
Ma Otranto è anche il silenzio
che allaga le strade o che si rapprende nell’aria, che si attacca alla pelle
come lo scirocco, che si aggira nelle stanze del castello come un fantasma del
tempo.
Il viaggio prosegue per
Castro, esplosione della
luce. La luce qui è un altro mare. E’ fatta di onde, ha profondità,
increspature, ha gorghi, bonacce, tempeste. E’ il brulicare di lampare. Perché
Castro è costruita in modo che si possa aspettare: che tornino le barche quando
ingrossa l’onda, che l’ansia delle donne si possa placare.
Un castello di paese. Una
cattedrale. Le grotte fosforescenti: Romanelli, Zinzulusa, Zinzuli. Nomi poveri
e famigliari per miracoli della natura e archivi della storia umana. Nessuno sa
se davvero esiste il paradiso, ma se davvero esiste, avrà il silenzio di Otranto
e la luce di Castro.
E la malinconia di
Santa Cesarea. Una malinconia
splendida.
Santa Cesarea è di una bellezza
stupefatta. E’ l’uomo che aspetta alle terme un ritorno sfogliando i giornali.
E’ il luogo intorno al quale s’innalza una torre, spavalda e imponente, capace
di arginare l’immensità.
Santa Cesarea: balconi,
passeggiate di distinti signori in pensione, cupole moresche.
La leggenda di Cesaria che si
lascia volare dalla cima di un aspro colle per salvare il suo onore e diventare
Santa.
Qui un tempo c’era Shaharazad
che filava la conocchia e raccontava di una vela che sembrava dover approdare e
non approdava mai. Di qualcuno che doveva tornare e non ritornò più.
Lo spettacolo narra quindi di
LEUCA, luogo del miraggio. Residenza per eccellenza della scrittura,
dell’invenzione. Leuca è il luogo dove ogni frontiera viene abolita, è la
necessità di scrutare l’estremo. E’ il ponte del Ciolo, la possibilità perciò di
unire e di sondare, è meraviglia del profondo, di grotte, di dirupi, dell’eterno
mare che si stacca dalla terra e sconfina chissà dove.
Finibusterrae è il luogo al limite cantato da innumerevoli poeti: dal Salento
(con Vittore Fiore e Vittorio Bodini), alla Bretagna (con Sylvia Plath), sino al
Massachusset (con Tomas Eliot) ogni letteratura canta la sua Finibusterrae.
Perché Finibusterrae congiunge l’incognita del mare e la certezza della
terraferma.
Lo spettacolo attraversa il
Salento grazie a quattro parole chiave di quattro luoghi simbolo: il
silenzio di Otranto, la luce di Castro, la malinconia di Santa Cesarea, il
miraggio di Leuca. Grazie alla semplicità di una scena spoglia, occupata da
due uomini, due donne, una bambina che narrano e giocano lontano dai luoghi
comuni e dagli autocompiacimenti del Sud.
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