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MAXXI al 30%
Quindi,
per adesso nel 2006 è piuttosto un Mini anziché un Maxxi, il Museo Nazionale del XXI
secolo, ma pare che crescerà sforando in tutto di soli sei mesi rispetto ai
tempi previsti. Tutta colpa della complessità del progetto e, pare,
dell’inesperienza delle maestranze che hanno dovuto fare delle full-immersion
tecnologiche per adeguarsi al futurista lavoro della architetta anglo-irachena Zaha Adid. Tale "riflessione", con il
contributo dell’adeguamento sismico nel frattempo intervenuto, ha fatto
naturalmente lievitare i prezzi, quindi non stiamo più nel budget previsto,
gestito dal Ministero delle Infrastrutture, ma ci vogliono altri soldi. "Zaha
Adid illustra il cantiere del Maxxi" recitava l’annuncio ufficiale della
manifestazione del 21 dicembre, organizzata con il velato, ma non troppo,
intento di sensibilizzare le autorità e la stampa appunto sulla carenza del
budget previsto, ma nel cantiere la progettista non ha illustrato proprio niente
lasciando all’architetto Baldi, direttore della Darc, l’ingrato compito di
guidare i convenuti sopra e sotto le strutture già fatte. La progettista ha
volutamente, nella conferenza stampa, sottolineato che "in Germania è un’altra
cosa" parlando più degli altri suoi progetti che di questo. Pronta la risposta
del Ministro della Cultura, Rocco Buttiglione (Lunari, forse conscio della cassa
a disposizione, aveva dato forfait) che, signorilmente e causticamente, ha
ribadito citando anche un aneddoto biblico e che nel cantiere, fra
un’arrampicata e l’altra, aveva persino dedicato un po’ di tempo ad un gruppo di
operai. Ha fatto anche i suoi complimenti al progetto "il museo è la casa delle
Muse e per conservare le opere d’arte era certamente necessaria un’opera d’arte"
accettando, a fine conferenza, molto spiritosamente, un complicatissimo
book-puzzle della Adid.
Un’osservazione: Il contemporaneo, appunto perché è
contemporaneo, non cozza con l’idea di Museo? Non sono due termini contrapposti?
Certo, in un epoca in cui la parola d’ordine è "contaminazione" tutto è
possibile, ma a tutto c’è un limite. L’arte contemporanea, oggi soprattutto
design, è fatta per essere venduta, esposta sì ma innanzitutto commercializzata.
Ben venga l’idea di un contenitore fatto apposta per l’esposizione
istituzionalizzata (con tutti i pericoli che comporta) ma può lo Stato diventare
mercante? Non si rischia di ritornare all’arte "statale" di una volta? E se
questo contenitore domani sarà una Fondazione o sarà regalato ai privati, perché
non iniziamo a coinvolgerli nelle spese? Non chiamiamolo megastore dell’arte,
quindi, ma, realisticamente, nemmeno museo.
Testo e foto di Nicola M. Spagnoli
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