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La Galleria Vecchiato è New Art Gallery e inaugura con gli artisti contemporanei Cinesi

Padova, 16 Marzo 2006

La rassegna con cui aprirà il nuovo spazio di Padova riguarda una selezione molto accurata di artisti le cui peculiarità coprono un arco assai rappresentativo delle esperienze in corso che da un lato coincidono con quelle di ogni parte del mondo ma dall’altro possiedono due importanti singolarità: un formidabile background di memorie stratificate in continua ebollizione e il vigore immaginativo di uno status nascenti, non logorato e spremuto da decenni di innovazioni continue come in occidente.

La mostra sarà presentata da Virginia Baradel, la critica d’arte che per prima, nella Biennale diretta da Bonito Oliva nel 1993, curò la sezione “Passaggio ad Oriente” inserendo 14 pittori cinesi esponenti di un’avanguardia allora ancora clandestina e sgradita al governo.

Non v’è dubbio alcuno che il fenomeno artistico più interessante e apprezzato del momento sia l’arte contemporanea cinese.

A partire dal 1999, l’anno dei 19 artisti cinesi alla Biennale di Harald Szeemann, si sono avute in Europa, e soprattutto in Italia, diverse occasioni per conoscere ed ammirare la nouvelle vague cinese che dimostra una straordinaria vitalità nel fagocitare le neovanguardie occidentali mischiandole, con accorta fantasia concettuale, alle reminiscenze di una tradizione millenaria ormai perduta, ai dictat e agli stereotipi della rivoluzione culturale e alla frenetica, fatale, babelica accelerazione dell’evoluzione economica e urbanistica. Un bel paniere di stimoli e provocazioni esistenziali che scatena una creatività a lungo repressa.

Se nei primi anni Novanta era soprattutto la pittura “popi” e il “realismo cinico” a reggere le sperimentazioni più ardite in una chiave post-pop e iperrealista che frullava ritratti di matrimoni popolari, tazebao e icone di Mao con gli eroi dei videogiochi; nei secondi anni Novanta, in un clima meno soffocante, gli artisti hanno incominciato a lavorare anche con la fotografia, il video, la performance e ogni sorta di materiale espressivo prodotto dall’arte contemporanea globale.

In questo fermento straordinario, che, di fatto, comprime quel che in Occidente è avvenuto in un secolo, si situa la svolta decisiva dei primi anni 2000 con la destinazione della ormai famosa “Fabbrica 798” (una vecchia fabbrica meccanica abbandonata, all’inizio occupata abusivamente) a quartiere degli artisti. Nei grandi spazi vetero-razionalisti, ideali per l’uso artistico contemporaneo a New York come a Pechino, centinaia di artisti hanno installato i loro studi, hanno creato ritrovi per la ristorazione e spazi collettivi per le esposizioni.

L’interesse per la ricchezza e la varietà delle ricerche individuali degli artisti cinesi divampò in occasione alla prima Biennale che si tenne a Pechino nel 2003 quando i visitatori internazionali ebbero modo di sconfinare da quella kermesse, ancora un po’ ingessata, per affollare l’“art district 798” e accorgersi di quanto fossero avvincenti le prime linee della nuova arte cinese. I galleristi più avveduti comunque erano sbarcati in Cina, visitato gli studi degli

artisti e la “798” già alla fine degli anni Novanta.

Tra questi il famoso gallerista Dante Vecchiato fu tra i più entusiasti sostenitori del nuovo orizzonte espressivo e incominciò a trattare con alcuni artisti proponendo le loro opere sul mercato dell’arte contemporanea occidentale.

La collisione tra le nostre avanguardie, la tradizione cinese e la coscienza delle feroci contraddizioni dell’oggi producono una sorta di transavanguardia cinese che mescola realismo, surrealismo e pop. Un gusto sottile e vagamente luciferino sembra interessare le deformazioni, le polluzioni, le allucinazioni figurative a volte chiassosamente neopop, altre più delicate e sommesse, altre ancora più fosche ed enigmatiche.

Di fondo si avverte l’angoscia che assedia la ricerca di una nuova identità. Un’angoscia non rimossa, incombente ma che, tuttavia, viene ogni volta sventata dall’ironia e da un’intelligente malizia evocativa che ne neutralizza il veleno in una storpiatura, un eccesso, una mostruosità liberatorie.

La radice pop è molto presente nelle variazione sul tema di Mao, icona fantasmagorica, idolo e patibolo, che gli artisti di seconda generazione dalla rivoluzione culturale prendono di mira sulle lontane orme di Warhol ma sapendo che per loro si tratta di una fumante materia prima, non solo iconografica.

Galleria d’Arte Vecchiato,

Piazzetta San Nicolò, 1 35139 Padova

New Art Gallery

Via Albertino da Padova 35137 Padova

GLI ARTISTI

Ma Han lavora sul tema della moltitudine subumana che esce e dilaga come magma colorato, come un blob  formicolante dalla bocca del Grande Timoniere, oppure si scompone in individui singoli ma diventati rane che si vestono e si comportano come uomini. Un Mao canonico assiso su piedistallo sfila come un’icona-tabu affetta da eccesso di stereotipo, ottenuto con un trattamento anodizzante alla Jeff Koon, nelle sculture agiografiche di Renslhong Alludono ad una figura maschile obesa, sgradevole creatura rabelaisiana, pur da due distanti poli espressivi Chen Wenling con il suo scarcastico omone, candido come di marmo pario, che regge un grasso maiale sulle spalle e Fu Lei che dipinge osceni omini, pingui e ignudi, avvinghiati, o forse generati, da ibridi organici che evocano ambienti acquorei, creature da crepuscolare fantascienza.

Il giogo dell’uniformità e del conflitto permanente si manifesta con tutta evidenza in Xing Jun Qin che riveste ogni cosa, cieli e statue, figure e panorami, occidente e oriente con la cifra mimetica militare. In Xin Haizhou ritroviamo la nuova figurazione di origine fotografica, figlia prediletta del narcisismo mediatico che “scatta” istantanee di pose  come incessanti provini che esaltano l’apparenza tentando di fugare il dilemma dell’appartenenza. Inquietante e  affascinante è l’universo immaginario di Yin Kun che racconta di tipi umani ingenui e ispirati, fissati in una sorta di isterica parodia dei miti dell’ideologia maoista. Si tratta per lo più di bambini e adolescenti, rappresentati con una pittura fluida, veloce e generosa di soluzioni cromatiche e di inquadrature che aumentano il pathos sinistro delle espressioni. Sottilmente surreali sono i ritratti di Zhang Xiaogang che fissano l’obiettivo con un’enigmatica serietà combinata ad una struggente leggerezza. Figure normali,  anonime diventano così campioni di un’umanità che vaga assorta e indecisa sospendendo il frastuono assordante del presente.

Ancora più inquietanti sono i giovani di Shen Xiaotong che sembrano sul punto di svanire come i colori di un’antica istantanea e, nel timore di perdere consistenza, affidano la testimonianza della loro esistenza alle pupille che, evidenziate con un effetto mimesi da astuto amanuense, forano lo schermo e offrono una tangibilità  inversamente proporzionale all’evanescenza delle figure.

Anche un’altro artista,Xin Haizhou, rappresenta in grandi formati giovani ed adolescenti che esprimono la rabbia, la passione e la crescente tensione dell’artista in questo periodo di tarnsizione così delicato.

 

GLI ARTISTI DELLA GALLERIA VECCHIATO

Numerosi i contratti stipulati con svariati artisti con cui la Galleria d’Arte Vecchiato ha deciso di collaborare, tra  questi menzioniamo Ennio Finzi, Cesare Berlingeri, Rabarama, Renato Pengo, Corrado Zani fino ad arrivare ai giovanissimi Cinzia Pellin e Marco Tiani.

E’ altrettanto rinomato il desiderio di internazionalità che alimenta questo giovane staff, che promuove, come  pochi del settore, l’arte contemporanea italiana nel mondo. Importanti e numerose sono infatti le collaborazioni con strutture museali di città europee e d’oltreoceano che continuano a dare risalto a questa giovane realtà.

Dagli Stati Uniti (Museo d’Arte Contemporanea di Boca Raton-FL) al Messico (Museo Olmeto Patino – Citta del Messico),dalla Francia (Place du Panteon – Parigi) alla Cina (Millennium Monument di Pechino) fino al Venezuela (Giardini del Centro Culturale La Estancia–Caracas).

 

Fonte: Ufficio Stampa Fenice Pr

 

 

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