Corverde 'News on the net!' diffusione e rilancio di notizie, fatti, interviste, eventi e comunicati

Chi siamo

Informazioni

Registrazione

Redazione

Notizie

Archivio 2013

Archivio 2012 Archivio 2011 Archivio 2010

Archivio 2009

Archivio 2008

Archivio 2007

Archivio 2006

Prendi il link alle news gratis

Corverde

Previsioni del Tempo

FAQ

Copyright e Note Legali

Mail

Copyright 2004 - 2011 Correre nel verde All Rights Reserved

Network:

Corverde

Correre nel Verde

Correrenelverdeonline

Esserci

Ideale Sociale

In Mente

Italian Global Project

Cnvnews

Cnvpress

Mediawebnews

Correrenelverde.org

Correrenelverde.net

Seguici su facebook

 


  Pubblicità  

 

  Pubblicità  

 

clicca questo link se vuoi accedere alle altre notizie dell'Archivio di Corverde 2007

 

 

 

Motore di ricerca

Google

web

questo sito

 

Gli orrori da non dimenticare "il poligono di tiro di Bologna

Il poligono di tiro di Bologna: Un’orrenda strage durata 20 mesi con almeno 270 fucilati dai nazifascisti

I nostri lettori ben sanno che foibe, gulag, campi di sterminio, pulizie etniche ci fanno orrore senza distinzioni di colore politico, razza, religione. Ecco dunque, integrale, un comunicato stampa firmato inviatoci dall'Ufficio Stampa del Comune di bologna.

             "Fra l’8 settembre ‘43 e la Liberazione fu attivo a Bologna in via Agucchi 98 il “poligono di tiro”. Un luogo che fascisti e tedeschi avevano destinato alla fucilazione sistematica dei Partigiani, non disdegnando però anche l’accanimento contro ogni altra figura che non fosse parte integrante del tragico disegno nazifascista. Così, ad esempio sotto i colpi del plotone di esecuzione formato da militi fascisti, caddero anche impiegati, insegnanti, studenti, giornalisti, Carabinieri, Agenti di Polizia, preti cattolici e donne. Caddero inoltre disertori tedeschi ed austriaci e qualche fascista, colpevoli di aver disertato o di aver curato, in quanto medici, partigiani feriti, oppure ancora di essersi legati alla Resistenza

            Fra i partigiani fucilati le professioni di appartenenza prevalenti erano l’operaio, il bracciante, il contadino, l’ artigiano.

            Nel 1955 la giunta comunale di Bologna, guidata dal sindaco Giuseppe Dozza, deliberò l’erezione di un monumento, che venne realizzato qualche anno dopo. Sulla lapide è inciso:

“Ai 270 fucilati dai nazifascisti la Città di Bologna orgogliosa e memore dei suoi figli che qui fieri si immolarono per la libertà e la giustizia sociale e perenne esempio ed amore dedica.

8 settembre 1943 - 21 aprile 1945”.

            La tragedia delle fucilazioni del poligono di tiro di Bologna è una storia poco conosciuta, forse quasi dimenticata. Per questo –lo scorso anno- si è promossa la manifestazione commemorativa di sabato 28 attobre 2006, anche quest’anno il 27 ottobre ricorderemo le Vittime del poligono di tiro. Il desiderio è quello di togliere dall’oblio questa orrenda strage nazifascista protrattasi praticamente per tutto il periodo dell’occupazione tedesca in italia.

            Al poligono di tiro, di fatto, il plotone di esecuzione della GNR - Guardia Nazionale Repubblicana (i fascisti di Salò) era sempre in attività. Di fianco alle date delle esecuzioni, fra parentesi, è indicato il numero ad oggi noto di fucilati di quel giorno. Siamo a conoscenza di almeno 13 eccidi compiuti fra il 30 dicembre ‘43 (4) e il 18 aprile ‘45 (6), queste due date sono le date attualmente conosciute di inizio e fine della attività stragista del plotone di esecuzione, mentre nel 1944 di ha notizia di 11 eccidi, la media è quasi di un fatto al mese. Le 11 date del 1944 sono le seguenti: 3 (3) e 27 (8) gennaio; 4 (2) aprile; 3 (5) luglio; 30 (12) agosto; 16 (3), 20 (12) e 23 (8) settembre; 1° (6) e 20 (17) ottobre; 18 (21) novembre; 13 (15) dicembre.

            Le vittime di cui si ha notizia in queste 13 stragi sono complessivamente 122. Questo dato è molto incompleto, in quanto non tiene conto delle fucilazioni di singoli individui ed è riferito ai soli casi di Partigiani o antifascisti bolognesi, per i quali si è svolto uno specifico lavoro storico di ricerca mirata. Il riferimento storico da cui si sono tratte le informazioni per questo scritto è l’opera in 6 volumi “Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919-1945)” di Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani e Nazario Sauro Onofri.

            E’ precisa opinione di chi scrive che il dato dei 270 fucilati del poligono di tiro, peraltro quantificato in prossimità degli eventi sia un dato realistico, ma prudenziale, in quanto la quantificazione esatta è resa ancora oggi impossibile dalla indisponibilità dei documenti storici dell’epoca che dovrebbero gà essere resi noti, perchè il termine di legge è di 50 anni ed un giorno, ma non sono stati ancora versati all’Archivio di Stato, anche se qualche documento di quel periodo comincia ad essere consegnato. Speriamo che il versamento di tutti i documenti si concluda presto.

            Questa indisponibilità alla consultazione, ad esempio, riguarda anche documenti sulla deportazione degli ebrei bolognesi avvenuta nel novembre del 1943.

            Il fenomeno delle fucilazioni di partigiani ed antifascisti, nella città e nella provincia di Bologna è stato imponente. Si è detto delle 270 vittime del poligono di Bologna. A Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno furono 775 le vittime anagraficamente accertate della ferocia nazista.

            Nel bolognese furono 22 le stragi con anche donne vittime. Nell’opera sopra citata la parola fucilata compare 100 volte. La parola fucilati compare 143 volte, la parola fucilato compare 892 volte. Non c’è comune, piccolo o grande che sia, che non abbia avuto le sue vittime, fucilate sul proprio territorio o nell’ambito del territorio provinciale.

            Desideriamo accennare per la loro rilevanza le stragi di Casteldebole, di Piazza Nettuno, di Piazza 8 Agosto, di mura della Certosa, delle fosse di S. Ruffillo, di Paderno per la città di Bologna, di Sabbiuno di Piano, di Ronchidoso, di S. Giorgio di Piano, per ricordare solo alcune delle stragi avvenute in provincia di Bologna.

            Tornando ai fucilati del poligono di tiro, 8 di questi sono stati insigniti di medaglia al Valore Militare. Due d’oro, a Otello Bonvicini (fucilato il 18/4/45) e Massenzio Masia (f. 23/9/44); cinque d’argento, a Sario Bassanelli (f.23/9/44), Ezio Cesarini (f.21/1/44), Luigi Rispoli (f. 20/10/44), Ferruccio Terzi (f. 20/10/44), Ventura Mario (f. 18/11/44); una di bronzo a Mario Giurini (f. 23/9/44).

            Otello Bonvicini, Medaglia d’Oro al Valore Militare (M.O.V.M.), fucilato tre giorni prima della liberazione di Bologna, nome di battaglia Giorgio, classe 1914. Partecipò attivamente alla lotta contro il fascismo durante la dittatura, dopo l’8 settembre divenne uno dei dirigenti militari del PSI. Alla fine del 1944 fu nominato comandante della Brigata Matteotti Città. Egli nonostante l’intensa attività militare non trascurò quella politica e nel gennaio 1945 assunse la segreteria della FGSI, l’organizzazione giovanile socialista. Fu pure redattore del periodico clandestino della FGSI. A seguito di una delazione fu arrestato dai fascisti a fine marzo. Sottoposto a dure sevizie non tradì i compagni di lotta. Condannato dal tribunale fascista per appartenenza a banda armata, venne fucilato alla schiena con altri 5 condannati.

            Massenzio Masia, M.O.V.M., fucilato il 23 settembre ‘44, nome di battaglia Max, classe 1902, con Dario Barontini, Gianguido Borghese e Verenin Grazia fu uno dei massimi dirigenti della lotta di liberazione in Emilia-Romagna, oltre che esponente di primo piano del Partito d’Azione e dell’antifascismo italiano.

            Dotato di grande umanità, parlava correttamente tre lingue ed era giornalista pubblicista. Ad agosto ‘44, a Milano per una riunione della segreteria Alta Italia del PdA, venne invitato da Ferruccio Parri a non tornare a Bologna, per l’alto rischio che correva. Tornato a Bologna venne arrestato nella notte fra il 3 ed il 4 settembre, su indicazione di due spie fasciste. Nella caserma della GNR di via Borgolocchi fu sottoposto ad orribili torture, ma non tradì i compagni. Durante la detenzione tentò di avvelenarsi. Tentò anche il suicidio gettandosi -pur sorvegliato ed ammanettato- da una finestra del secondo piano. Il Tribunale militare straordinario di guerra lo condannò a morte con altri 7 compagni.

            Sario Bassanelli, Medaglia d’Argento al V.M. (M.A.V.M.), fucilato il 23 settembre ‘44, ufficiale dell’esercito, classe 1919. Arrestato dai nazifascisti per circa un mese fu sottoposto a continui interrogatori, durante i quali non gli furono risparmiate torture e sevizie. Ma non una parola uscì dalle sue labbra. Processato fu condannato a morte. Cadde gridando “Viva l’Italia”.

            Ezio Cesarini, M.A.V.M., fucilato il 27 gennaio ‘44, classe1897, giornalista. Nel 1938 salutò in via Rizzoli l’ex sindaco Francesco Zanardi. Il federale Alfredo Leati notò la cosa ed ordinò al direttore del Carlino di licenziarlo. Dopo la caduta del fascismo il 26 luglio ‘43 tenne un comizio in piazza Vittorio Emanuele II (oggi Piazza Maggiore), per festeggiare l’avvenimento. Dopo l’8 settembre ‘43 non si presentò più al giornale per non collaborare con tedeschi e fascisti. Per non lasciare la famiglia senza mezzi chiese la liquidazione, quando si presentò per ritirarla trovò i militi della GNR e fu arrestato. Il 26 gennaio 44, mentre era detenuto in S. Giovanni in Monte i partigiani giustiziarono il segretario del PFR Eugenio Facchini. La sera stessa un sedicente tribunale militare di guerra si riunì e -assenti gli imputati ed i difensori- processò 10 detenuti scelti a caso tra i reclusi, tra cui il Cesarini. Il tribunale condannò 9 detenuti alla fucilazione ed uno a trenta anni.

            Luigi Rispoli, M.A.V.M., fucilato il 20 ottobre ‘44, classe 1925. Rimase gravemente ferito negli scontri che si tennero a S. Maria di Purocelo (Brisighella - RA), tra il 10 ed il 13 ottobre ‘44. Catturato dai tedeschi fu trasferito all’ospedale di Brisighella. Con altri 6 partigiani ebbe salva la vita, perchè due tedeschi catturati dai partigiani avevano riferito di essere stati trattati bene. Fu la prima volta che i tedeschi rispettavano un patto fatto con i partigiani di salvare i feriti. Quando la brigate nere di Faenza furono informate dei partigiani feriti e dei medici che li curavano, fecero irruzione e li catturarono. Trasportato a Bologna venne fucilato dopo essere stato seviziato, ma Rispoli non aveva pronunciato una parola, se non davanti al plotone di esecuzione in un “ultimo ardente appello alla Patria adorata” (dalla motivazione della onorificenza al valore).

            Terzi Ferruccio, M.A.V.M., fucilato il 20 ottobre ‘44, classe 1916, ufficiale medico. Fece parte del servizio sanitario delle brigate partigiane 66a Jacchia Garibaldi e 36a Bianconcini Garibaldi. Prese parte agli scontri che si tennero S. Maria di Purocelo (Brisighella - RA), tra il 10 ed il 13 ottobre ‘44. Mentre il grosso delle forze partigiane si ritirava decise di restare a curare 7 partigiani feriti e intrasportabili, che erano stati lasciati nella canonica della chiesa di Cavina (Fognano - RA). Con i feriti ebbe salva la vita dai tedeschi, nelle medesime circostanze prima descritte per Luigi Rispoli. Anche lui venne catturato dalle brigate nere. Trasportato a Bologna, con i compagni di lotta, venne fucilato dopo essere stato seviziato. “Rifiutava sdegnosamente ogni collaborazione con gli oppressori” (dalla motivazione della onorificenza al valore).

            Mario Ventura, M.A.V.M., fucilato il 18 novembre 1944, classe 1911, imbianchino. Il 26/6/39 venne arrestato quale componente del gruppo che operava per la ricostruzione dell’organizzazione comunista bolognese, dopo l’ondata di arresti del ‘38. Fu deferito al Tribunale speciale che lo condannò a due anni di carcere ed ad uno di vigilanza per associazione sovversiva e propaganda comunista. Durante la resistenza fu commissario politico di una brigata Camicie rosse Garibaldi. A Bologna partecipò alla battaglia di Porta Lame del 7 novembre ‘44 e -come comandante della base partigiana di piazza dell’Unità 5- alla battaglia della Bolognina del successivo 15 novembre. Al termine di questa seconda battaglia venne catturato dai tedeschi e barbaramente torturato, “senza che si lasciasse sfuggire una qualsiasi rivelazione compromettente per la resistenza” (dalla motivazione della onorificenza al valore).

            Mario Giurini, Medaglia di Bronzo al V.M., fucilato il 23 settembre ‘44, classe 1925, nome di battaglia Marinaio. Sottocapo di marina. Militò nella brigata Giustizia e Libertà. Nell’estate del 1944 partecipò all’operazione di salvataggio della dotazione di radio dell’ospedale S. Orsola. Fu arrestato il 4 settembre 44 e venne condannato a morte. “Caduto in mani nemiche manteneva esemplare contegno e nel nome dell’Italia affrontava da forte il plotone di esecuzione” (dalla motivazione della onorificenza al valore).

            Degli 8 fucilati decorati di medaglia al valore si è ricordato il loro martirio. Meritevole di citazione nella vicenda delle fucilazioni del poligono di tiro è il sacrificio di due donne, fucilate il 16 settembre 1944, Zucchelli Ada (nome di battaglia Olga, classe 1917) e Irma Pedrielli (nome di battaglia Vilma, classe 1924) con loro venne fucilato anche il nipote di Ada Roveno Marchesini. Le due donne militavano nella 7a GAP Gianni Garibaldi. Ada fece parte del gruppo che preparò l’assalto alle carceri di S. Giovanni in Monte (Bologna) il 9 settembre ‘44 e liberò i prigionieri politici e comuni. In quella occasione ebbe l’incarico di tenere i collegamenti con i detenuti per concordare le modalità dell’operazione. Il 14 settembre ‘44 Irma, Ada ed il nipote di quest’ultima Roveno, a seguito di delazione vennero catturati mentre si trovavano nella casa di Irma, in via Ponte Romano, che fungeva da base partigiana. Irma, Ada e Roveno subirono sevizie e torture, cui resistettero, senza dare informazioni al nemico e donarono la loro gioventù al risorgimento dell’Italia dal baratro in cui fascismo e nazismo l’avevano gettata.

            I fascisti ed i nazisti non avevano rispetto nemmeno dei pastori della chiesa. Don Ildebrando Mezzetti, è uno dei due sacerdoti fucilati al poligono di Bologna dai fascisti, nativo di S. Giovanni in Persiceto, sacerdote, parroco di S.Martino in Pedriolo (Casalfiumanese -RA), classe 1879. Venne fucilato all’età di 65 anni dopo essere stato sottoposto ad atroci torture. Don Ildebrando ospitò nella sua canonica una pattuglia di paracadutisti inglesi, in possesso di una radiotrasmittente. Nel luglio ‘44 una pattuglia di SS tedesche, guidata da una spia, circondò la canonica e la perquisì per trovare la radio. La chiesa e la canonica vennero depredate di tutti gli arredi di valore, compresi quelli sacri. Accusato di aver ospitato paracadutisti inglesi, don Ildebrando non negò. Venne fucilato insieme con altre 11 persone a cui impartì l’assoluzione prima della fucilazione.

            Fra le tante vittime del poligono di tiro non mancò la vittima di un “Giuda”. Nicotera Alfonso, fucilato il 20 ottobre ‘44, nome di battaglia Massimo. Prestò servizio in aeronautica dal ‘37 al ‘43. Pur essendo in servizio presso la Questura di Bologna, militò nel battaglione Temporale della 7a brigata GAP Gianni Garibaldi ed operò a Bologna con funzione di capo nucleo. Nell’ottobre ‘44 salvò la vita ad un agente di PS che stava per essere giustiziato, dopo essere stato catturato nel corso di un’azione. Riuscito a fuggire, l’agente di PS lo denunciò, per cui venne catturato quando -ignaro della cosa- si presentò in servizio alla Questura di Bologna. Fu torturato per 15 giorni, durante i quali i fascisti tentarono invano di strappargli i nomi dei compagni di lotta.

            Tutti i caduti del poligono di tiro meriterebbero una citazione ed un ricordo. In queste righe ciò non è possibile.

            C’è una storia, di cui abbiamo appreso recentemente oltre che gli aspetti militari anche il lato profondamente umano della vittima diciannovenne, della vedova sua coetanea con una bimba di 5 mesi che non conoscerà mai suo padre. E’ la storia di Giuseppe Rimondi, partigiano, classe 1925, nomi di battaglia Ciro e Pin. Subito dopo l’8 settembre ‘43 fu tra i primi organizzatori delle squadre armate nella zona tra la Bolognina e Corticella (Bologna). Ai primi di aprile del ‘44 organizzò una manifestazione di donne davanti alla caserma dei carabinieri di Corticella per reclamare una maggiore distribuzione di viveri e di sale. Successivamente si trasferì nell’alto Bellunese, come fecero molti altri concittadini, dove militò nella brigata Nannetti. Rientrato a Bologna il 22 settembre ‘44 entrò nelle file della 1a  brigata Irma Bandiera Garibaldi, con funzione di comandante di battaglione e poi di vice comandante della formazione. Arrestato il 12 novembre ‘44, fu a lungo torturato e fucilato al poligono di tiro il 18 novembre ‘44, con altri 20 compagni di lotta.

            La vedova di Rimondi, signora Lina Franzoni, con i suoi ricordi ha permesso di ricostruire la giornata del 18 novembre ‘44. Quella giornata non era nota come giorno di strage, anche se a suo tempo venne comunicato con un manifesto affisso sui muri della città che annunciava l’avvenuta fucilazione in quel giorno di 21 persone. La vedova ricorda, sul manifesto, di fianco al nome c’era “detto Ciro”, il suo nome di battaglia a Bologna. La vedova ha recentemente testimoniato: “Nel tentativo di apprendere le modalità con cui era stato sepolto mio marito e di conoscere il luogo esatto di sepoltura, parlai con il direttore del cimitero della Certosa, cav. Bernardi. Egli mi informò che dal poligono era giunto un autocarro da cui furono scaricati questi fucilati “come vitelli”, senza cassa, tant’è che egli decise di dare loro una sepoltura degna, fornendo la cassa per tutte le vittime.

            Mio marito venne sepolto in un campo piccolo, vicino alla Ara Crematoria, tutto recintato e con una porta chiusa a chiave. L’accesso a quel campo era proibito. In via di favore la chiave veniva fornita per un brevissimo tempo. Sostavo sulla tomba di mio marito pochi minuti, per il pericolo del sopraggiungere dei tedeschi o delle brigate nere.

            Dopo la liberazione, non avendo visto mio marito morto, ma solo la sua tomba, accompagnato dalla mamma di mio marito e da mia sorella, avuto il permesso del direttore della Certosa e l’aiuto del personale, scoprimmo la tomba di Giuseppe, aperta la cassa lo riconobbi subito, perchè era ancora intatto dopo sei mesi dalla morte: il viso era stato risparmiato ed i capelli erano ancora belli”.

                                                                                                                      Armando Sarti

 

 

 

 

 

Pubblicità
Pubblicità

Redazione Corverde

Crea il tuo badge

leggi o scarica gratis la nostra rivista mensile Correre nel verde

Clicca qui!

clicca questo box e leggi altre notizie su Correrenelverdeonline!