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Gli orrori da non
dimenticare "il poligono di tiro di Bologna
Il poligono di tiro di Bologna: Un’orrenda
strage durata 20 mesi con almeno 270 fucilati dai nazifascisti
I nostri lettori ben sanno che foibe, gulag, campi di sterminio, pulizie
etniche ci fanno orrore senza distinzioni di colore politico, razza, religione.
Ecco dunque, integrale, un comunicato stampa firmato inviatoci dall'Ufficio
Stampa del Comune di bologna.
"Fra l’8 settembre ‘43 e la Liberazione fu attivo a Bologna in via Agucchi 98 il
“poligono di tiro”. Un luogo che fascisti e tedeschi avevano destinato alla
fucilazione sistematica dei Partigiani, non disdegnando però anche l’accanimento
contro ogni altra figura che non fosse parte integrante del tragico disegno
nazifascista. Così, ad esempio sotto i colpi del plotone di esecuzione formato
da militi fascisti, caddero anche impiegati, insegnanti, studenti, giornalisti,
Carabinieri, Agenti di Polizia, preti cattolici e donne. Caddero inoltre
disertori tedeschi ed austriaci e qualche fascista, colpevoli di aver disertato
o di aver curato, in quanto medici, partigiani feriti, oppure ancora di essersi
legati alla Resistenza
Fra i partigiani fucilati le
professioni di appartenenza prevalenti erano l’operaio, il bracciante, il
contadino, l’ artigiano.
Nel 1955 la giunta comunale di
Bologna, guidata dal sindaco Giuseppe Dozza, deliberò l’erezione di un
monumento, che venne realizzato qualche anno dopo. Sulla lapide è inciso:
“Ai 270 fucilati dai nazifascisti la Città di
Bologna orgogliosa e memore dei suoi figli che qui fieri si immolarono per la
libertà e la giustizia sociale e perenne esempio ed amore dedica.
8 settembre 1943 - 21 aprile 1945”.
La tragedia delle fucilazioni del
poligono di tiro di Bologna è una storia poco conosciuta, forse quasi
dimenticata. Per questo –lo scorso anno- si è promossa la manifestazione
commemorativa di sabato 28 attobre 2006, anche quest’anno il 27 ottobre
ricorderemo le Vittime del poligono di tiro. Il desiderio è quello di togliere
dall’oblio questa orrenda strage nazifascista protrattasi praticamente per tutto
il periodo dell’occupazione tedesca in italia.
Al poligono di tiro, di fatto, il
plotone di esecuzione della GNR - Guardia Nazionale Repubblicana (i fascisti di
Salò) era sempre in attività. Di fianco alle date delle esecuzioni, fra
parentesi, è indicato il numero ad oggi noto di fucilati di quel giorno. Siamo a
conoscenza di almeno 13 eccidi compiuti fra il 30 dicembre ‘43 (4) e il 18
aprile ‘45 (6), queste due date sono le date attualmente conosciute di inizio e
fine della attività stragista del plotone di esecuzione, mentre nel 1944 di ha
notizia di 11 eccidi, la media è quasi di un fatto al mese. Le 11 date del 1944
sono le seguenti: 3 (3) e 27 (8) gennaio; 4 (2) aprile; 3 (5) luglio; 30 (12)
agosto; 16 (3), 20 (12) e 23 (8) settembre; 1° (6) e 20 (17) ottobre; 18 (21)
novembre; 13 (15) dicembre.
Le vittime di cui si ha notizia in
queste 13 stragi sono complessivamente 122. Questo dato è molto incompleto, in
quanto non tiene conto delle fucilazioni di singoli individui ed è riferito ai
soli casi di Partigiani o antifascisti bolognesi, per i quali si è svolto uno
specifico lavoro storico di ricerca mirata. Il riferimento storico da cui si
sono tratte le informazioni per questo scritto è l’opera in 6 volumi “Gli
antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919-1945)”
di Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani e Nazario Sauro Onofri.
E’ precisa opinione di chi scrive
che il dato dei 270 fucilati del poligono di tiro, peraltro quantificato in
prossimità degli eventi sia un dato realistico, ma prudenziale, in quanto la
quantificazione esatta è resa ancora oggi impossibile dalla indisponibilità dei
documenti storici dell’epoca che dovrebbero gà essere resi noti, perchè il
termine di legge è di 50 anni ed un giorno, ma non sono stati ancora versati
all’Archivio di Stato, anche se qualche documento di quel periodo comincia ad
essere consegnato. Speriamo che il versamento di tutti i documenti si concluda
presto.
Questa indisponibilità alla
consultazione, ad esempio, riguarda anche documenti sulla deportazione degli
ebrei bolognesi avvenuta nel novembre del 1943.
Il fenomeno delle fucilazioni di
partigiani ed antifascisti, nella città e nella provincia di Bologna è stato
imponente. Si è detto delle 270 vittime del poligono di Bologna. A Marzabotto,
Grizzana Morandi e Monzuno furono 775 le vittime anagraficamente accertate della
ferocia nazista.
Nel bolognese furono 22 le stragi
con anche donne vittime. Nell’opera sopra citata la parola fucilata compare 100
volte. La parola fucilati compare 143 volte, la parola fucilato compare 892
volte. Non c’è comune, piccolo o grande che sia, che non abbia avuto le sue
vittime, fucilate sul proprio territorio o nell’ambito del territorio
provinciale.
Desideriamo accennare per la loro
rilevanza le stragi di Casteldebole, di Piazza Nettuno, di Piazza 8 Agosto, di
mura della Certosa, delle fosse di S. Ruffillo, di Paderno per la città di
Bologna, di Sabbiuno di Piano, di Ronchidoso, di S. Giorgio di Piano, per
ricordare solo alcune delle stragi avvenute in provincia di Bologna.
Tornando ai fucilati del poligono di
tiro, 8 di questi sono stati insigniti di medaglia al Valore Militare. Due
d’oro, a Otello Bonvicini (fucilato il 18/4/45) e Massenzio Masia
(f. 23/9/44); cinque d’argento, a Sario Bassanelli (f.23/9/44), Ezio
Cesarini (f.21/1/44), Luigi Rispoli (f. 20/10/44), Ferruccio Terzi
(f. 20/10/44), Ventura Mario (f. 18/11/44); una di bronzo a Mario
Giurini (f. 23/9/44).
Otello Bonvicini, Medaglia
d’Oro al Valore Militare (M.O.V.M.), fucilato tre giorni prima della liberazione
di Bologna, nome di battaglia Giorgio, classe 1914. Partecipò attivamente alla
lotta contro il fascismo durante la dittatura, dopo l’8 settembre divenne uno
dei dirigenti militari del PSI. Alla fine del 1944 fu nominato comandante della
Brigata Matteotti Città. Egli nonostante l’intensa attività militare non
trascurò quella politica e nel gennaio 1945 assunse la segreteria della FGSI,
l’organizzazione giovanile socialista. Fu pure redattore del periodico
clandestino della FGSI. A seguito di una delazione fu arrestato dai fascisti a
fine marzo. Sottoposto a dure sevizie non tradì i compagni di lotta. Condannato
dal tribunale fascista per appartenenza a banda armata, venne fucilato alla
schiena con altri 5 condannati.
Massenzio Masia, M.O.V.M.,
fucilato il 23 settembre ‘44, nome di battaglia Max, classe 1902, con Dario
Barontini, Gianguido Borghese e Verenin Grazia fu uno dei massimi dirigenti
della lotta di liberazione in Emilia-Romagna, oltre che esponente di primo piano
del Partito d’Azione e dell’antifascismo italiano.
Dotato di grande umanità, parlava
correttamente tre lingue ed era giornalista pubblicista. Ad agosto ‘44, a Milano
per una riunione della segreteria Alta Italia del PdA, venne invitato da
Ferruccio Parri a non tornare a Bologna, per l’alto rischio che correva. Tornato
a Bologna venne arrestato nella notte fra il 3 ed il 4 settembre, su indicazione
di due spie fasciste. Nella caserma della GNR di via Borgolocchi fu sottoposto
ad orribili torture, ma non tradì i compagni. Durante la detenzione tentò di
avvelenarsi. Tentò anche il suicidio gettandosi -pur sorvegliato ed ammanettato-
da una finestra del secondo piano. Il Tribunale militare straordinario di guerra
lo condannò a morte con altri 7 compagni.
Sario Bassanelli, Medaglia
d’Argento al V.M. (M.A.V.M.), fucilato il 23 settembre ‘44, ufficiale
dell’esercito, classe 1919. Arrestato dai nazifascisti per circa un mese fu
sottoposto a continui interrogatori, durante i quali non gli furono risparmiate
torture e sevizie. Ma non una parola uscì dalle sue labbra. Processato fu
condannato a morte. Cadde gridando “Viva l’Italia”.
Ezio Cesarini, M.A.V.M.,
fucilato il 27 gennaio ‘44, classe1897, giornalista. Nel 1938 salutò in via
Rizzoli l’ex sindaco Francesco Zanardi. Il federale Alfredo Leati notò la cosa
ed ordinò al direttore del Carlino di licenziarlo. Dopo la caduta del fascismo
il 26 luglio ‘43 tenne un comizio in piazza Vittorio Emanuele II (oggi Piazza
Maggiore), per festeggiare l’avvenimento. Dopo l’8 settembre ‘43 non si presentò
più al giornale per non collaborare con tedeschi e fascisti. Per non lasciare la
famiglia senza mezzi chiese la liquidazione, quando si presentò per ritirarla
trovò i militi della GNR e fu arrestato. Il 26 gennaio 44, mentre era detenuto
in S. Giovanni in Monte i partigiani giustiziarono il segretario del PFR Eugenio
Facchini. La sera stessa un sedicente tribunale militare di guerra si riunì e
-assenti gli imputati ed i difensori- processò 10 detenuti scelti a caso tra i
reclusi, tra cui il Cesarini. Il tribunale condannò 9 detenuti alla fucilazione
ed uno a trenta anni.
Luigi Rispoli, M.A.V.M.,
fucilato il 20 ottobre ‘44, classe 1925. Rimase gravemente ferito negli scontri
che si tennero a S. Maria di Purocelo (Brisighella - RA), tra il 10 ed il 13
ottobre ‘44. Catturato dai tedeschi fu trasferito all’ospedale di Brisighella.
Con altri 6 partigiani ebbe salva la vita, perchè due tedeschi catturati dai
partigiani avevano riferito di essere stati trattati bene. Fu la prima volta che
i tedeschi rispettavano un patto fatto con i partigiani di salvare i feriti.
Quando la brigate nere di Faenza furono informate dei partigiani feriti e dei
medici che li curavano, fecero irruzione e li catturarono. Trasportato a Bologna
venne fucilato dopo essere stato seviziato, ma Rispoli non aveva pronunciato una
parola, se non davanti al plotone di esecuzione in un “ultimo ardente appello
alla Patria adorata” (dalla motivazione della onorificenza al valore).
Terzi Ferruccio, M.A.V.M.,
fucilato il 20 ottobre ‘44, classe 1916, ufficiale medico. Fece parte del
servizio sanitario delle brigate partigiane 66a Jacchia
Garibaldi e 36a Bianconcini
Garibaldi. Prese parte agli scontri che si tennero S. Maria di Purocelo (Brisighella
- RA), tra il 10 ed il 13 ottobre ‘44. Mentre il grosso delle forze partigiane
si ritirava decise di restare a curare 7 partigiani feriti e intrasportabili,
che erano stati lasciati nella canonica della chiesa di Cavina (Fognano - RA).
Con i feriti ebbe salva la vita dai tedeschi, nelle medesime circostanze prima
descritte per Luigi Rispoli. Anche lui venne catturato dalle brigate nere.
Trasportato a Bologna, con i compagni di lotta, venne fucilato dopo essere stato
seviziato. “Rifiutava sdegnosamente ogni collaborazione con gli oppressori”
(dalla motivazione della onorificenza al valore).
Mario Ventura, M.A.V.M.,
fucilato il 18 novembre 1944, classe 1911, imbianchino. Il 26/6/39 venne
arrestato quale componente del gruppo che operava per la ricostruzione
dell’organizzazione comunista bolognese, dopo l’ondata di arresti del ‘38. Fu
deferito al Tribunale speciale che lo condannò a due anni di carcere ed ad uno
di vigilanza per associazione sovversiva e propaganda comunista. Durante la
resistenza fu commissario politico di una brigata Camicie rosse Garibaldi. A
Bologna partecipò alla battaglia di Porta Lame del 7 novembre ‘44 e -come
comandante della base partigiana di piazza dell’Unità 5- alla battaglia della
Bolognina del successivo 15 novembre. Al termine di questa seconda battaglia
venne catturato dai tedeschi e barbaramente torturato, “senza che si lasciasse
sfuggire una qualsiasi rivelazione compromettente per la resistenza” (dalla
motivazione della onorificenza al valore).
Mario Giurini, Medaglia di
Bronzo al V.M., fucilato il 23 settembre ‘44, classe 1925, nome di battaglia
Marinaio. Sottocapo di marina. Militò nella brigata Giustizia e Libertà.
Nell’estate del 1944 partecipò all’operazione di salvataggio della dotazione di
radio dell’ospedale S. Orsola. Fu arrestato il 4 settembre 44 e venne condannato
a morte. “Caduto in mani nemiche manteneva esemplare contegno e nel nome
dell’Italia affrontava da forte il plotone di esecuzione” (dalla motivazione
della onorificenza al valore).
Degli 8 fucilati decorati di
medaglia al valore si è ricordato il loro martirio. Meritevole di citazione
nella vicenda delle fucilazioni del poligono di tiro è il sacrificio di due
donne, fucilate il 16 settembre 1944, Zucchelli Ada (nome di battaglia
Olga, classe 1917) e Irma Pedrielli (nome di battaglia Vilma, classe
1924) con loro venne fucilato anche il nipote di Ada Roveno Marchesini.
Le due donne militavano nella 7a GAP
Gianni Garibaldi. Ada fece parte del gruppo che preparò l’assalto alle carceri
di S. Giovanni in Monte (Bologna) il 9 settembre ‘44 e liberò i prigionieri
politici e comuni. In quella occasione ebbe l’incarico di tenere i collegamenti
con i detenuti per concordare le modalità dell’operazione. Il 14 settembre ‘44
Irma, Ada ed il nipote di quest’ultima Roveno, a seguito di delazione vennero
catturati mentre si trovavano nella casa di Irma, in via Ponte Romano, che
fungeva da base partigiana. Irma, Ada e Roveno subirono sevizie e torture, cui
resistettero, senza dare informazioni al nemico e donarono la loro gioventù al
risorgimento dell’Italia dal baratro in cui fascismo e nazismo l’avevano
gettata.
I fascisti ed i nazisti non avevano
rispetto nemmeno dei pastori della chiesa. Don Ildebrando Mezzetti, è uno
dei due sacerdoti fucilati al poligono di Bologna dai fascisti, nativo di S.
Giovanni in Persiceto, sacerdote, parroco di S.Martino in Pedriolo
(Casalfiumanese -RA), classe 1879. Venne fucilato all’età di 65 anni dopo essere
stato sottoposto ad atroci torture. Don Ildebrando ospitò nella sua canonica una
pattuglia di paracadutisti inglesi, in possesso di una radiotrasmittente. Nel
luglio ‘44 una pattuglia di SS tedesche, guidata da una spia, circondò la
canonica e la perquisì per trovare la radio. La chiesa e la canonica vennero
depredate di tutti gli arredi di valore, compresi quelli sacri. Accusato di aver
ospitato paracadutisti inglesi, don Ildebrando non negò. Venne fucilato insieme
con altre 11 persone a cui impartì l’assoluzione prima della fucilazione.
Fra le tante vittime del poligono di
tiro non mancò la vittima di un “Giuda”. Nicotera Alfonso, fucilato il 20
ottobre ‘44, nome di battaglia Massimo. Prestò servizio in aeronautica dal ‘37
al ‘43. Pur essendo in servizio presso la Questura di Bologna, militò nel
battaglione Temporale della 7a brigata
GAP Gianni Garibaldi ed operò a Bologna con funzione di capo nucleo.
Nell’ottobre ‘44 salvò la vita ad un agente di PS che stava per essere
giustiziato, dopo essere stato catturato nel corso di un’azione. Riuscito a
fuggire, l’agente di PS lo denunciò, per cui venne catturato quando -ignaro
della cosa- si presentò in servizio alla Questura di Bologna. Fu torturato per
15 giorni, durante i quali i fascisti tentarono invano di strappargli i nomi dei
compagni di lotta.
Tutti i caduti del poligono di tiro
meriterebbero una citazione ed un ricordo. In queste righe ciò non è possibile.
C’è una storia, di cui abbiamo
appreso recentemente oltre che gli aspetti militari anche il lato profondamente
umano della vittima diciannovenne, della vedova sua coetanea con una bimba di 5
mesi che non conoscerà mai suo padre. E’ la storia di Giuseppe Rimondi,
partigiano, classe 1925, nomi di battaglia Ciro e Pin. Subito dopo l’8 settembre
‘43 fu tra i primi organizzatori delle squadre armate nella zona tra la
Bolognina e Corticella (Bologna). Ai primi di aprile del ‘44 organizzò una
manifestazione di donne davanti alla caserma dei carabinieri di Corticella per
reclamare una maggiore distribuzione di viveri e di sale. Successivamente si
trasferì nell’alto Bellunese, come fecero molti altri concittadini, dove militò
nella brigata Nannetti. Rientrato a Bologna il 22 settembre ‘44 entrò nelle file
della 1a
brigata Irma Bandiera Garibaldi, con funzione di comandante di battaglione e poi
di vice comandante della formazione. Arrestato il 12 novembre ‘44, fu a lungo
torturato e fucilato al poligono di tiro il 18 novembre ‘44, con altri 20
compagni di lotta.
La vedova di Rimondi, signora Lina
Franzoni, con i suoi ricordi ha permesso di ricostruire la giornata del 18
novembre ‘44. Quella giornata non era nota come giorno di strage, anche se a suo
tempo venne comunicato con un manifesto affisso sui muri della città che
annunciava l’avvenuta fucilazione in quel giorno di 21 persone. La vedova
ricorda, sul manifesto, di fianco al nome c’era “detto Ciro”, il suo nome di
battaglia a Bologna. La vedova ha recentemente testimoniato: “Nel tentativo di
apprendere le modalità con cui era stato sepolto mio marito e di conoscere il
luogo esatto di sepoltura, parlai con il direttore del cimitero della Certosa,
cav. Bernardi. Egli mi informò che dal poligono era giunto un autocarro da cui
furono scaricati questi fucilati “come vitelli”, senza cassa, tant’è che egli
decise di dare loro una sepoltura degna, fornendo la cassa per tutte le vittime.
Mio marito venne sepolto in un campo
piccolo, vicino alla Ara Crematoria, tutto recintato e con una porta chiusa a
chiave. L’accesso a quel campo era proibito. In via di favore la chiave veniva
fornita per un brevissimo tempo. Sostavo sulla tomba di mio marito pochi minuti,
per il pericolo del sopraggiungere dei tedeschi o delle brigate nere.
Dopo la liberazione, non avendo
visto mio marito morto, ma solo la sua tomba, accompagnato dalla mamma di mio
marito e da mia sorella, avuto il permesso del direttore della Certosa e l’aiuto
del personale, scoprimmo la tomba di Giuseppe, aperta la cassa lo riconobbi
subito, perchè era ancora intatto dopo sei mesi dalla morte: il viso era stato
risparmiato ed i capelli erano ancora belli”.
Armando Sarti
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