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Politica: Il discorso di
D'Alema, al Senato, prima di essere “sfiduciato”
D'ALEMA - Signor
Presidente, signori senatori, ringrazio il Senato della Repubblica per
l'opportunità che mi offre di illustrare le linee della politica estera italiana
perseguita dal Governo Prodi. Abbiamo alle spalle settimane non facili, ma sono
convinto che le comunicazioni di oggi ed il dibattito che ne seguirà
permetteranno un bilancio oggettivo dei risultati che l'Italia ha conseguito in
questi mesi. Sono anche persuaso che questa discussione ed il consenso che,
spero, si potrà ottenere dal Senato saranno la base per nuove e impegnative
prove che attendono il nostro Paese nei mesi che vengono. Questo dibattito ha i
caratteri di un dialogo: è pertanto evidente che il Governo è qui non soltanto
per illustrare la sua azione, ma anche per ascoltare le considerazioni che
verranno fatte nella discussione, per tenerne conto anche allo scopo di
arricchire e precisare la nostra piattaforma. Questo dibattito è stato preparato
da un confronto pubblico assai animato, nel corso del quale è stata proposta al
Ministro degli affari esteri una serie di prove obbligatorie, di questioni che
dovrebbero essere affrontate per forza, di trappole senza uscita: se D'Alema
dirà questo, allora sarà vero; se dirà quest'altro, allora... e così via.
Personalmente sono ben consapevole di quanto sia giustamente accesa la
discussione. Vorrei contribuire ad un dibattito il meno possibile strumentale,
il più possibile aperto, libero, allo scopo di definire il quadro di valori
delle scelte condivise nel modo più ampio possibile e allo scopo di misurare il
consenso, senza il quale nessuna politica estera può essere ragionevolmente
portata avanti in modo credibile nel confronto internazionale. E, da questo
punto di vista, non vi nascondo che, in verità, nella struttura del mio discorso
non avevo previsto e non ho previsto in alcun modo di parlare di Vicenza, anche
perché non avrei nulla da aggiungere a quanto ha detto il Presidente del
Consiglio, che segue personalmente lo sviluppo di questa situazione. Ma è del
tutto evidente che se dal dibattito del Senato emergeranno interrogativi,
questioni, proposte, non mi sottrarrò dal rispondere, precisando gli
intendimenti del Governo. Ma vorrei, appunto, parlare della politica estera e
vorrei, se mi permettete, anticipare una conclusione generale: la politica
estera del Governo è stata coerente con le grandi scelte condivise su cui si è
sempre fondata, nella sua tradizione migliore, la politica estera italiana;
coerente con i princìpi ed i valori ispiratori del programma di Governo e
quindi, come è giusto e doveroso, coerente con gli impegni assunti verso i
nostri elettori e - mi permetto di aggiungere - coerente con gli interessi
strategici del nostro Paese, così come abbiamo cercato di interpretarli in una
fase internazionale difficile. La coerenza è un presupposto essenziale per una
politica estera efficace. È la condizione per essere riconoscibili, prevedibili,
autorevoli: senza queste condizioni un grande Paese difficilmente può incidere
sullo sviluppo degli avvenimenti internazionali. Lasciatemi ricordare, anche se
potrebbe apparire superfluo, quali sono i punti di riferimento, le grandi
coordinate entro le quali si muove l'azione internazionale dell'Italia. Direi
che, innanzitutto, tali coordinate sono definite dall'articolo 11 della
Costituzione la quale definisce due aspetti essenziali: in primo luogo, il
rifiuto della guerra come principio a cui si ispira tutta l'azione di politica
internazionale del Paese; in secondo luogo, e coerentemente con il rifiuto della
guerra, la scelta di fare dell'Italia un soggetto attivo nella complessa
architettura di istituzioni e di alleanze internazionali che si sono formate
dopo la Seconda guerra mondiale allo scopo di prevenire e governare i conflitti
rifiutando, appunto, la guerra come mezzo di soluzione delle controversie
internazionali. Questa complessa architettura di cui l'Italia è protagonista,
fino al punto di riconoscere in Costituzione una rinuncia o una cessione della
propria sovranità nel nome di un principio di governo condiviso, multilaterale,
dei grandi problemi internazionali, questa complessa architettura è costituita
dalle Nazioni Unite, innanzitutto, dal sistema delle Nazioni Unite, che è non
soltanto struttura portante delle nuove relazioni internazionali, ma che è anche
fonte di legittimità delle scelte internazionali, dalla adesione attiva
dell'Italia alla costruzione europea e dalla partecipazione del nostro Paese
all'Alleanza atlantica. Queste tre grandi scelte che si sono via via affermate
nel corso del dopoguerra come grandi scelte condivise sono quelle in cui si
traduce la partecipazione del nostro Paese alla ricerca di un equilibrio
internazionale che costituisce, appunto, l'asse di una politica estera
condivisa. Vedete, la situazione ottimale per l'Italia è quella in cui la
priorità europea, il sistema delle Nazioni Unite e la relazione atlantica si
potenziano a vicenda a favore di quelle soluzioni pacifiche cui guarda, appunto,
l'articolo 11 della Costituzione; la situazione peggiore, il disequilibrio è
quando ciascuna delle nostre priorità entra in conflitto con le altre. Quando
ciò accade, la politica estera italiana diventa strutturalmente più debole, più
incerta, e il Paese si divide. Sì tratta di quanto è accaduto negli anni
successivi al drammatico attacco terroristico dell'11 settembre 2001 con le
divisioni internazionali, in particolare, di fronte all'intervento in Iraq. Sono
stati anni di lacerazione per l'Europa; un pilastro della nostra politica è
stato colpito. Sono stati anni in cui è stato indebolito e marginalizzato il
sistema delle Nazioni Unite, anni anche nei quali si sono coltivate vuote
illusioni nelle soluzioni unilaterali, anni in cui gli equilibri alla base della
politica estera italiana sono stati anch'essi stravolti, cosa che ha indebolito
l'Italia in un'Europa più debole e ne ha fatto smarrire la voce in un sistema
delle Nazioni Unite già largamente emarginato. Era questa la situazione quando
siamo arrivati al Governo. Oggi il contesto è diverso ed è, in qualche modo, più
favorevole ad un multilateralismo efficace. Tutti hanno imparato qualcosa dalle
dure lezioni della storia, inclusa la difficoltà ad imporre soluzioni
unilaterali, come dimostra il travagliato dibattito apertosi negli Stati Uniti
d'America dopo il risultato dell'elezione di midterm e l'aperta
discussione sulle prospettive della politica americana, conferma - se volete -
del carattere aperto, forte di una grande democrazia che sa interrogarsi anche
sui suoi errori e sa cercare la via per cambiare strada. La lezione vale anche
per l'Italia, confermando quanto rientri nei nostri migliori interessi operare a
favore di un rafforzamento politico dell'Unione europea e di un rilancio delle
Nazioni Unite, di soluzioni pacifiche e multilaterali alle crisi internazionali.
Tutto questo rientra negli interessi strategici del nostro Paese ma, insieme,
riflette i valori che ispirano la nostra politica estera. La convinzione del
Governo è che solo istituzioni multilaterali forti, capaci di decidere e di
agire riusciranno a promuovere quei valori essenziali: la pace, la democrazia, i
diritti umani, il diritto allo sviluppo da cui dipende a lungo termine anche la
sicurezza internazionale. Se il contesto è in parte cambiato, il problema vero è
come riuscire ad esercitarvi una vera influenza. Abbiamo fissato degli obiettivi
chiari nel programma dell'Unione; abbiamo definito i principi e i valori che li
orientano. Il punto è come progredire nei fatti concretamente. Questi primi mesi
di politica estera possono essere letti in questa chiave: un'azione tenace,
paziente, graduale, ma coerente, per incidere sulla realtà della politica
internazionale, e per incidere non soltanto attraverso le parole e le prese di
posizione, anche se le parole contano, ma attraverso gli impegni e le assunzioni
di responsabilità. Tre sono le direttrici di azione perseguite dalla nostra
politica estera che illustrerò: la prima è il rilancio dell'unità europea; la
seconda è la necessità di una svolta in Medio Oriente e nella lotta al
terrorismo; la terza: un allargamento degli orizzonti e delle relazioni
internazionali del nostro Paese. La prima direttrice è, appunto, lo sforzo per
il rilancio dell'integrazione europea per cercare di sbloccare la situazione di
crisi, la vera e propria impasse politica e costituzionale in cui
l'Unione Europea è entrata dal 2004 in poi. L'Italia ha attivamente sostenuto, e
sostiene, la decisione della Presidenza tedesca dell'Unione Europea che
considera chiusa la pausa di riflessione e che avvia il percorso che nelle
prossime settimane conoscerà tappe decisive per giungere ad un accordo
istituzionale entro le elezioni europee del 2009. L'Unione non può ripresentarsi
ai cittadini europei senza avere dato una risposta al bisogno di rinnovamento e
di rafforzamento delle sue istituzioni democratiche. Se il dibattito
costituzionale è finalmente ripreso, questo è stato anche grazie all'impulso
venuto dal nostro Paese. A quale soluzione dobbiamo tendere per i prossimi mesi?
Dico con chiarezza che l'obiettivo che l'Italia intende perseguire è quello di
salvaguardare nella misura più ampia possibile i contenuti, e in particolare i
contenuti innovativi, del Trattato firmato a Roma nel 2004, già ratificato da 18
Paesi, che sono espressione di una larga maggioranza non solo di Stati membri,
ma anche di cittadini dell'Unione Europea. Salvaguardare i progressi segnati dal
Trattato piuttosto che adottare una visione minimalista è essenziale perché
l'Europa a 27 sia in grado di decidere, e quindi di funzionare e di
corrispondere alle attese dei cittadini. Come ha affermato il Presidente della
Repubblica nel suo recente discorso a Strasburgo, non si può seriamente
sostenere che l'Unione non abbia bisogno, dopo il grande allargamento, di una
ridefinizione del quadro d'insieme dei suoi valori e dei suoi obiettivi e di una
riforma dei suoi assetti istituzionali. Lavorare ad un progetto di Costituzione
per l'Europa non ha rappresentato un esercizio formalistico, non ha
rappresentato un capriccio o un lusso, ma ha corrisposto ad una profonda
necessità dell'Europa nell'attuale momento storico. Ancora, che cosa è decisivo
per rendere vitali i progetti e per far crescere sul serio un'Europa dei
risultati? È decisiva la forza delle istituzioni e dell'impegno politico. Questo
è, appunto, l'impegno politico dell'Italia, di un Paese consapevole che
istituzioni più forti ed efficienti sono la condizione perché l'Europa allargata
possa affrontare con successo le nuove sfide della sicurezza, della lotta al
terrorismo, della gestione dei flussi migratori, degli approvvigionamenti
energetici, dei cambiamenti climatici. Nella visione del Governo italiano,
d'altra parte, integrazione e allargamento devono continuare a combinarsi. La
porta dell'Europa deve restare aperta ai Balcani occidentali e alla Turchia. Ciò
corrisponde a interessi diretti dell'Italia per ragioni geopolitiche ed
economiche - pensiamo ai Balcani - e di sicurezza, non soltanto dal punto di
vista del mantenimento della pace, ma anche dal punto di vista della lotta alla
criminalità. È evidente che soltanto nel seno dell'Europa e delle istituzioni
europee i Paesi dei Balcani potranno trovare finalmente quella pacifica
convivenza cui aspirano dopo lunghi anni di una tragica guerra civile balcanica
e poi di una fragile tregua. Oggi si tratta di avere chiaro un punto essenziale:
non saremmo in grado di gestire la delicata questione dello status finale
del Kosovo se togliessimo dal tavolo negoziale, che investirà il Consiglio di
Sicurezza, la prospettiva della partecipazione per la Serbia e per i Paesi
vicini all'Unione Europea. Essere nell'Unione Europea è anche un modo di
sdrammatizzare il problema dei confini e tragici conflitti di natura
nazionalistica. Conoscete già la posizione che abbiamo assunto e che sta
guadagnando terreno sul tavolo europeo: la possibilità di scongelare i negoziati
per l'accordo di stabilità e associazione con Belgrado, subordinandone la
effettiva entrata in vigore al pieno rispetto degli impegni della Serbia verso
il Tribunale internazionale dell'Aja; è un approccio già tenuto con la Croazia,
Paese candidato a diventare membro dell'Unione entro pochi anni. Le controversie
che ancora solleva la storia confermano l'importanza di un destino comune, di un
futuro europeo. Più lungo e più delicato è lo scenario per la Turchia, ma anche
in questo caso, tuttavia, tenere aperta la porta rientra negli interessi
europei, perché ciò permetterà di impostare su basi cooperative e non
conflittuali i rapporti con un grande Paese a maggioranza islamica e con un peso
decisivo nella regione mediorientale. È evidente che, nel tempo in cui c'è chi
teorizza lo scontro di civiltà, il processo di adesione all'Unione Europea di un
grande Paese islamico è la risposta migliore ed è il modo di affermare i valori
europei e il carattere inclusivo dei nostri valori, appunto, la democrazia
politica, la libertà individuale, la coesione sociale, fondamento di una grande
comunità che non conosce confini religiosi o di civiltà. È evidente che l'Europa
non potrà continuare ad allargarsi all'infinito. L'assenza di confini ne
indebolisce anche l'identità internazionale. Nell'area di vicinato, ad Est del
Mediterraneo, l'Europa dovrà essere in grado di costruire rapporti di
partnership più solidi nel confronto con la Russia. Una politica europea più
unitaria, anche in campo energetico, è la condizione di una minore vulnerabilità
e di una maggiore coerenza nel reciproco interesse. L'Italia ha, in questi mesi,
sviluppato un rapporto bilaterale molto attivo verso Mosca e, nello stesso
tempo, ha sviluppato un'azione per sollecitare un impegno comune europeo in
questa direzione. Abbiamo vitale bisogno di una politica energetica comune, così
come abbiamo bisogno di concreti passi verso un Trattato post Kyoto che
includa gli Stati Uniti e le grandi economie emergenti in un nuovo patto
ambientale. La posizione italiana è che anche la relazione transatlantica
sarebbe consolidata, non indebolita da un aumento della coesione europea.
L'Unione Europea continua ad avere bisogno, anche per essere unita, di un
rapporto solido con gli Stati Uniti. L'Italia è favorevole ad un rafforzamento
dei legami diretti tra Washington e Bruxelles, tra Stati Uniti e Unione Europea
in quanto tale. Infine, è nostra convinzione che gli europei riusciranno a
rispondere alle sfide che hanno di fronte (sicurezza, competizione globale e
questione ambientale) solo se l'Unione non si chiuderà all'interno, ma se
riuscirà a proiettarsi all'esterno e ad essere un attore sulla scena
internazionale. Questa è la svolta da compiere che l'Italia ha cercato di
favorire con scelte conseguenti. Faccio due esempi. Il primo è la spinta che
abbiamo esercitato nell'agosto scorso per ottenere che fosse il Consiglio
europeo a ratificare politicamente l'invio di contingenti europei in Libano,
cosa avvenuta ed avvenuta per la prima volta. È la prima volta cioè che l'Unione
Europea decide di partecipare ad una missione delle Nazioni Unite, non soltanto
per decisione di singoli Paesi, ma con una deliberazione del Consiglio europeo.
Il secondo è lo sforzo che stiamo compiendo in questi mesi per armonizzare le
posizioni europee nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, di cui
l'Italia è membro non permanente in questo biennio, come risultato di
un'elezione pressoché plebiscitaria (186 voti su 192 disponibili nell'Assemblea
generale) che non ha quasi precedenti e che di per sé dimostra che l'impegno
multilaterale dell'Italia è apprezzato da una vasta comunità internazionale. Per
concludere su questo punto non in modo retorico ma nei fatti, la politica estera
italiana é stata prima di tutto in questi mesi una politica europea, il che
significa una politica favorevole all'integrazione europea, come dimostra
l'importanza degli sforzi compiuti insieme alla Germania per sbloccare l'impasse
del trattato costituzionale, e significa una politica volta ad aumentare il
grado di coesione europea sulle grandi questioni internazionali, dal Medio
Oriente alla questione energetica. Il Governo Prodi è un Governo europeista,
anche perché ha dimostrato di non volere scaricare su Bruxelles il peso di
responsabilità nazionali. Non abbiamo usato l'Europa per deresponsabilizzare
l'Italia; abbiamo responsabilizzato l'Italia per rafforzare l'Unione Europea.
Nei mesi scorsi - passo al secondo tema - l'Italia non ha recuperato peso
soltanto in Europa; lo ha recuperato anche sulla scena mediorientale. La
pacificazione del Medio Oriente richiede oggi un impegno politico, diplomatico,
economico, di sicurezza senza precedenti, che deve accomunare, per riuscire,
attori internazionali e regionali. L'alternativa è un Medio Oriente fuori
controllo, caratterizzato dalle ripercussioni della crisi in Iraq, da guerre
civili striscianti, dalla diffusione del fondamentalismo. Dobbiamo scongiurare
lo scenario di uno scontro di civiltà tra Islam e Occidente, uno scenario
estremamente pericoloso che produrrebbe solo vinti senza vincitori, con costi
altissimi in termini di destabilizzazione regionale e di diffusione del
terrorismo. Per sconfiggere il terrorismo la condizione, invece, è quella di
isolarlo innanzitutto all'interno dello stesso mondo arabo ed islamico. Questo è
uno dei primi obiettivi dell'azione dell'Italia che può fare leva sul rilancio
di tradizionali rapporti di amicizia con il mondo arabo, che si erano alquanto
appannati negli ultimi anni. Direi che c'è una vasta percezione, nel mondo
arabo, del fatto che l'Italia è tornato ad essere un Paese amico; amico,
naturalmente, sia d'Israele che degli arabi e, in quanto tale, in grado di
esercitare un ruolo sul cammino della distensione e della pace. Il secondo
obiettivo, strettamente collegato, è che una nuova coalizione internazionale,
fondata sul rapporto fra il Quartetto (Unione Europea, Stati Uniti, Nazioni
Unite, Russia) e le componenti che potremmo definire più moderate del mondo
arabo, deve riuscire a tradursi in progressi reali lungo tutto l'arco della
crisi che ormai collega, attraverso le fratture tra sciiti e sunniti,
l'instabilità in Iraq, la crisi libanese, il fronte israelo-palestinese.
Guardiamo anzitutto all'Iraq. Abbiamo disposto il ritiro del contingente
italiano perché schierato in Iraq dopo un'operazione militare che era stata
decisa in modo unilaterale, senza mandato delle Nazioni Unite, e con motivazioni
- il possesso di armi di distruzione di massa - che si sono dimostrate
infondate. Il ritiro dei soldati italiani dall'Iraq è stato, quindi, una scelta
coerente con l'impostazione politica e programmatica della coalizione di Governo
e rispondente sul piano operativo alla necessità di voltare pagina. Abbiamo
ritirato dall'Iraq i soldati italiani, ma non abbiamo ritirato il nostro
appoggio economico e civile alla popolazione irachena. Lo dimostra la firma a
Roma, nel gennaio scorso, del Trattato bilaterale di amicizia e di cooperazione
con l'Iraq, conclusa in occasione della visita del ministro degli esteri
iracheno Al Zibari. Alla decisione sul ritiro dall'Iraq è seguita la risposta
italiana al conflitto in Libano, nell'estate scorsa, con la nostra
partecipazione alla missione UNIFIL rafforzata, di cui l'Italia ha assunto il
comando, altro segnale - se mi permettete - di un riconoscimento del ruolo che
il nostro Paese viene assumendo nello scenario mediorientale. Ho avuto già
occasione per spiegare le dinamiche e le ragioni di fondo che ci hanno indotto
fin dall'inizio a svolgere un ruolo attivo di primo piano, un ruolo che dalla
Conferenza di Roma in poi, organizzata insieme agli Stati Uniti, ha pesato
positivamente sugli sviluppi della crisi. Mi preme oggi ricordare soltanto
l'importanza particolare della crisi libanese che conteneva in sé un doppio
rischio, in parte ancora presente: innanzitutto, quello di destabilizzare un
Paese democratico appena emerso da decenni di guerra civile, rischio di fronte
al quale tuttora persiste la necessità di un forte impegno internazionale a
sostegno delle istituzioni democratiche libanesi e del Governo, che è
espressione della maggioranza scelta dai cittadini; in secondo luogo, quello di
amplificare le tendenze negative emerse sulla scena mediorientale dal 2001 in
poi, tendenze che avrebbero trovato, a seconda del modo in cui si sarebbe
conclusa la crisi libanese, una conferma ulteriore o una possibilità di arresto.
Sulla base di questa doppia motivazione abbiamo visto nella crisi libanese una
sfida che non potevamo ignorare. I fatti ci hanno dato per ora ragione. La
stabilizzazione del Libano è certamente un obiettivo non ancora raggiunto - come
dimostrano gli avvenimenti delle ultime settimane - ma possiamo dire che, con il
cessate il fuoco tra le parti in conflitto internazionalmente garantito, è stato
possibile separare le dinamiche interne libanesi dal fronte esterno di una
guerra con Israele. E non solo. In Israele si fa strada la consapevolezza che la
sicurezza dello Stato ebraico può essere difesa meglio da una garanzia
internazionale in cui l'Europa gioca un ruolo essenziale piuttosto che
attraverso il ricorso a risposte militari nazionali. Voglio sottolineare due
punti importanti: come primo la forza UNIFIL, che non è un esercito occidentale
schierato di fronte ad una minaccia islamica; è una forza internazionale nella
quale, a fianco dei militari europei, vi sono i militari della Turchia (scelta
importante), del Qatar e di altri Paesi islamici. Il secondo punto, che a me
pare di grandissimo rilievo in questo scenario, è che l'Europa è tornata a
giocare un ruolo attivo. Israele ha accettato per la prima volta lo spiegamento
di una forza internazionale lungo i suoi confini come garanzia della sicurezza
di Israele, apertamente dicendo che l'esperimento del Libano potrebbe anche
essere la premessa per il dispiegamento di una forza internazionale a Gaza e
nella Cisgiordania. Dunque, la missione libanese è importante per molte ragioni:
al di là della portata specifica, rappresenta un possibile punto di
svolta. Lasciatemi dire che nel Libano (purtroppo questo ha scarso rilievo
nell'informazione nazionale, ma fortunatamente ne ha su quella internazionale) i
nostri militari, così come in altri scenari, stanno svolgendo un lavoro di
straordinario rilievo. Non solo, come è evidente, dal punto di vista militare,
della sicurezza, dell'interposizione, della progressiva riduzione verso lo zero
degli incidenti che lungo il confine israelo-libanese hanno caratterizzato nel
corso degli anni una turbolenza e una minaccia continua: stanno svolgendo anche
uno straordinario lavoro di assistenza delle popolazioni (Applausi dai Gruppi
Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur), di sminamento
dell'area colpita dalla guerra, di prevenzione degli incidenti, fino ad un
lavoro di istruzione nelle scuole per evitare che i bambini libanesi vengano
colpiti dalle cluster bomb. (Commenti
dai Gruppi FI, AN, UDC, LNP e DC-PRI-IND-MPA). Speravo che almeno
nell'apprezzamento dei militari italiani potesse esserci un qualche consenso.
(Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV, Misto-Pop-Udeur
e di alcuni senatori dai banchi dei Gruppi AN e FI. Brusìo). Come accennavo,
sono d'altra parte evidenti... Come accennavo, sono d'altra parte evidenti i
legami tra l'evoluzione in Libano e la situazione israelo-palestinese. In questi
anni si è sostenuto da più parti che la questione palestinese avesse perso la
sua centralità: non era vero e la tesi del Governo italiano, così come di larga
parte della diplomazia europea, è opposta. Il conflitto israelo-palestinese
rimane la chiave di tutti i conflitti mediorientali (questa è fermamente la mia
opinione), e risolvere la questione palestinese, accelerare la ricerca di una
soluzione, è diventato ancora più urgente nel momento in cui la situazione
palestinese contribuisce alla crisi interna di gran parte dei Governi della
regione favorendo l'ascesa di movimenti fondamentalisti che cercano di
appropriarsi della bandiera della causa palestinese. Abbiamo a lungo
incoraggiato, come Italia e come Europa, la creazione di un Governo palestinese
di unità nazionale. Sono andati nella stessa direzione gli sforzi compiuti
dall'Arabia Saudita con l'organizzazione dell'incontro alla Mecca tra Abu Mazen
e Khaled Meshaal, sforzi che abbiamo attivamente e direttamente sostenuto. Dopo
tale incontro, e dopo il vertice trilaterale di due giorni fa tra Condoleezza
Rice, Abu Mazen e Ehud Olmert, siamo forse giunti ad una possibile svolta
positiva. Il Governo palestinese e il suo programma non sono ancora noti: la
cautela è d'obbligo. L'accordo della Mecca è comunque un'occasione che dobbiamo,
l'Europa e il resto della comunità internazionale, saper valorizzare e non
perdere. Se quell'accordo fallisse, l'unica prospettiva sarebbe quella della
ripresa di una sorta di guerra civile strisciante nei Territori: una tragedia
per i palestinesi, ma anche un motivo in più di insicurezza per Israele. Noi non
vogliamo consentirlo. Ciò che è essenziale è che il nuovo Governo riconosca gli
accordi sottoscritti dall'Autorità Nazionale Palestinese con Israele,
consentendo così ad Abu Mazen di avviare un negoziato con Israele a nome
dell'intera comunità palestinese. D'altro canto, che interesse potrebbe avere
Israele a fare la pace con metà dei palestinesi? È evidente che il processo di
pace richiede un coinvolgimento dell'intera comunità palestinese. Soprattutto,
ciò che è essenziale è che il nuovo Governo si impegni contro la violenza,
promuovendo immediatamente e finalmente con la liberazione del caporale Shalit
quello scambio di prigionieri che sarebbe un segno di distensione nei rapporti
israelo-palestinesi, bloccando il lancio di missili, favorendo l'estensione
della tregua in vigore a Gaza, alla West Bank, condizione appunto perché cessi
la violenza in tutta la Regione. Si tratta di un passaggio estremamente
delicato, di un momento davvero difficile ed importante. Ne abbiamo parlato ieri
con la collega israeliana Tzipi Livni e con il presidente Abu Mazen. L'uno e
l'altra hanno sentito il bisogno di informare l'Italia e di chiedere una nostra
partecipazione attiva per definire le questioni ancora aperte nelle settimane
che verranno. Per questo ritengo che sarà necessaria una missione nella regione
oltre che urgente una discussione a livello europeo, perché, pur apprezzando
l'iniziativa americana, di Condoleezza Rice, credo che far diventare il
«quartetto» un singolo Paese rischi in realtà di indebolirne l'azione e di
ridurre il consenso internazionale. L'Italia continuerà ad essere partecipe di
questo processo, di questi sforzi, in un passaggio - ripeto - molto delicato e
difficile, ma che potrebbe essere un tornante decisivo per accelerare il cammino
della pace. Infine, la diplomazia italiana sta applicando le sanzioni all'Iran,
decise nel dicembre scorso dal Consiglio di sicurezza, secondo il regolamento
europeo approvato il 12 febbraio scorso nel Consiglio affari generali. L'Italia
non si sottrae alle sue responsabilità, ma ritiene anche che per raggiungere
risultati effettivi sia indispensabile tenere unito il fronte dei Paesi membri
del Consiglio di sicurezza. È l'unica vera pressione politica che potrebbe
spingere l'Iran a riprendere il negoziato. Come ha dimostrato il caso della
Corea del Nord, un'impostazione negoziale efficace può anche produrre risultati
importanti, come la rinuncia all'ambizione nucleare. Oggi riceveremo a Roma il
capo dei negoziatori iraniani, Ali Larijani, e torneremo ad insistere con lui
per chiedere all'Iran un gesto aperto e ragionevole di adesione alle richieste
della comunità internazionale. Tuttavia, è evidente all'indomani delle vicende
della Corea del Nord e dell'Iran (che è in pieno svolgimento), che ci troviamo
di fronte ad un problema più generale, alla necessità cioè di rilanciare una
strategia complessiva di non proliferazione e di riduzione degli arsenali
nucleari. La mia opinione è che in parte un'occasione sia stata perduta dopo la
fine della guerra fredda e che vi sia addirittura il rischio di una ripresa
della corsa agli armamenti, innanzitutto tra Stati Uniti e Russia. La Comunità
internazionale non ne ha bisogno ed anche per questo, nel corso della nostra
recente visita in Giappone, d'intesa con il Governo giapponese, abbiamo ritenuto
di dover rilanciare un dibattito internazionale proprio sui temi della non
proliferazione e del disarmo nucleare, nella convinzione che questo potrà essere
uno dei temi della presidenza giapponese del G8 a cui l'Italia vorrà dare un
proprio contributo di iniziative e di proposte. Lasciate che a questo punto io
affronti una delle questioni più delicate e controverse e che, tuttavia, è a
pieno titolo parte dell'iniziativa internazionale dell'Italia in questa
complessa regione, nella quale si sviluppa il conflitto con il terrorismo e con
il fondamentalismo, vale a dire le ragioni della presenza italiana in
Afghanistan, innanzitutto nella sua componente militare di quasi 2.000 soldati
schierati a Kabul e ad Herat, che ringrazio come tutti i nostri militari
impegnati all'estero per il loro straordinario impegno. Si tratta, come è noto,
di una missione condotta dalla NATO più 13 Paesi non membri della NATO sotto
mandato delle Nazioni Unite. Nella sua componente civile, anch'essa importante,
è una missione in crescita, come dimostra anche l'aumento delle risorse che il
Governo intende mettere a disposizione e che riteniamo debba ancora crescere. Lo
abbiamo detto chiaramente nella riunione dei Ministri degli esteri della NATO a
Bruxelles nel gennaio scorso: «La pacificazione dell'Afghanistan non è missione
della NATO, è una missione delle Nazioni Unite all'interno della quale la Nato,
insieme ad altri Paesi, svolge una delicata ed essenziale funzione militare, ma
la missione è innanzitutto politica e civile». Lo ripeteremo nel Consiglio di
sicurezza. L'Italia ha chiesto ed ottenuto di poter essere il Paese leading,
quello che promuove e organizza il dibattito sul rinnovo del mandato della
missione civile delle Nazioni Unite (UNAMA), che si svolgerà a marzo, e di
essere anche relatore nel dibattito sul rinnovo del mandato per la missione
militare, che si svolgerà ad ottobre. Abbiamo dunque rivendicato per noi, con
tutti i rischi del caso, il compito di essere il Paese che nell'ambito del
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite imposterà la discussione sui futuri
compiti dell'ONU sul piano civile, politico e militare in Afghanistan. È del
tutto evidente che la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, dopo
l'abbattimento del regime dei talibani, non ha ancora prodotto gli effetti
sperati. Sono stati ottenuti risultati importanti, che non credo possano essere
sottovalutati: la liberazione dell'Afghanistan da un regime oppressivo,
oscurantista, totalitario, che ignorava i più elementari diritti umani, in
particolare quelli delle donne; la creazione di prime istituzioni democratiche;
la formazione di un esercito nazionale; la ripresa delle scuole, sia pure in un
Paese segnato ancora da alti tassi di analfabetismo, il faticoso avvio di un
processo di ricostruzione economica. Sono risultati importanti. Ancora qualche
giorno fa, nella Conferenza internazionale con le donne afghane, che si è svolta
a Roma, abbiamo sentito tante testimonianze significative di persone che, grazie
all'impegno internazionale, hanno ritrovato la possibilità di vivere liberamente
la propria vita, di lavorare, di affermarsi come cittadini di un Paese normale,
pure attraversato da un così tragico conflitto. Credo che dobbiamo discutere con
l'Afghanistan. Dobbiamo discutere con le personalità politiche che rappresentano
quel Paese. Dobbiamo discutere innanzitutto con loro i compiti futuri della
comunità internazionale e lasciate che - aprendo una piccolissima parentesi - lo
dica non soltanto come Ministro degli esteri ma, se mi permettete, anche come
uomo di sinistra. Gran parte della classe dirigente afgana di oggi è
rappresentata da persone che hanno combattuto da posizioni democratiche e
progressiste il regime oppressivo dei talibani. Il Ministro degli esteri
dell'Afghanistan, costretto all'esilio dal regime dei talibani, dopo il massacro
di tutta quella parte della società afgana che aveva sostenuto il Governo
comunista, è stato a Colonia un militante dei Verdi, consigliere comunale, direi
una personalità formatasi nella sinistra europea che è tornato nel suo Paese
grazie alla caduta di un regime oscurantista e totalitario. Credo che con queste
forze, con queste personalità dobbiamo discutere come sviluppare una strategia
più efficace allo scopo di ottenere i risultati che ci proponiamo. E' del tutto
evidente... (Commenti dai banchi dell'opposizione). Colleghi, sono
informazioni, peraltro controllabili. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE,
IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur e dai banchi del Governo). Si
possono riscontrare e non c'è nulla di particolarmente creativo. La convinzione
del Governo italiano è che per vincere la sfida in Afghanistan si debba
rafforzare l'impegno civile, l'impegno politico, l'impegno economico. La
convinzione del Governo italiano è che sarebbe un gravissimo errore che la NATO
si isolasse, facendo della missione afghana una sfida solo della NATO. La
missione afghana è innanzi tutto una sfida dell'intera comunità internazionale,
delle Nazioni Unite e dell'insieme dei Paesi del mondo, tra i quali - faccio
osservare - non ve n'è neppure uno che sostenga la necessità di ritirare le
forze internazionali dall'Afghanistan, dal momento che tutti i Paesi del mondo -
tra i quali ne cito due piuttosto importanti nella regione: la Russia e la Cina
- ritengono che un ritorno dei talibani sarebbe una tragedia non accettabile,
anche per loro. La Cina ha 93 chilometri di confine con l'Afghanistan. È dunque
necessario impegnare l'insieme di questi Paesi in uno sforzo comune. È
necessario impegnare l'Unione Europea in quanto tale. Il Consiglio europeo
ultimo ha approvato una nuova missione, cosiddetta PESD, per la preparazione
delle forze di polizia afghana; missione europea, che vedrà, quindi, una
presenza dell'Unione in quanto tale nella missione afgana. In questo senso va
l'impegno internazionale dell'Italia. In questo senso va la Conferenza che
abbiamo promosso, d'intesa che le Nazioni Unite e con il Governo afgano, sullo
Stato di diritto, il cui obiettivo è quello dell'adozione di un nuovo piano di
azione per il funzionamento della giustizia e la tutela dei diritti umani in
Afghanistan. In questo senso va la richiesta italiana di una Conferenza
internazionale per la pace in Afghanistan, capace di coinvolgere tutti i Paesi
della regione e tutti i Paesi e le istituzioni internazionali a differente
titolo impegnati in Afghanistan. Questa proposta, che ci ha visti in un primo
momento isolati, raccoglie via via maggiori consensi: sia la disponibilità,
dichiarata in Italia qualche giorno fa, del Governo afgano, che ha rappresentato
una novità importante, sia il consenso di altri Paesi europei. È di ieri il
documento congiunto tra il Governo spagnolo e il Governo italiano. La Spagna tra
l'altro schiera le proprio forze armate a fianco delle nostre, in una missione
che è comune. È di ieri il documento congiunto del Governo spagnolo e di quello
italiano, in cui, appunto, si richiede - questa volta insieme - l'organizzazione
di una Conferenza internazionale per la pace in Afghanistan. Vedete, non ci
nascondiamo e non ho nascosto le difficoltà di questa sfida. Non ci nascondiamo
e non ho nascosto le responsabilità che l'Italia si è assunta, ma, come il
Senato può facilmente comprendere, una linea di responsabilità comporta anche
dei vincoli e dei doveri. È una scelta difficile rimanere lì, in uno scenario
così drammatico, ma essendo lì possiamo chiedere di essere relatori nel
Consiglio di sicurezza; essendo lì possiamo batterci per una conferenza
internazionale per la pace. Se non ci fossimo più, rompendo la solidarietà
europea, venendo meno ad un mandato dell'ONU, non potremmo più avere diritto di
esercitare il nostro peso nella comunità internazionale. Ecco perché quello che
noi chiediamo al Parlamento è di avere il consenso necessario per affrontare i
rischi, ma anche nella consapevolezza che affrontare quei rischi è la condizione
per sviluppare in modo autorevole quell'azione per la pace in cui l'Italia è
impegnata con l'adesione, il sostegno e la solidarietà di altri Paesi e di altre
forze internazionali. Avrei molti punti da aggiungere sulle scelte
internazionali compiute in questi mesi, ma lasciate che mi limiti ad enunciare
qualche tema e a ricordare qualche titolo. Ci siamo sforzati di allargare gli
orizzonti, come ho detto, dell'azione internazionale dell'Italia, guardando a
grandi aree del mondo che sono protagoniste del processo di globalizzazione e
rispetto alle quali l'Italia aveva mantenuto nel corso degli ultimi anni un
atteggiamento distante e, talora, ostile, guardando alla sfida della
competizione internazionale più con timore (i dazi), che non con fiducia nelle
possibilità di un grande paese come l'Italia. Missioni italiane sono state in
Cina, in India, in Giappone e in Brasile. In tutti questi Paesi si sono
riallacciate relazioni politiche e si sono determinate anche nuove opportunità
per le nostre imprese e per la nostra economia. Non vorremmo apparire come dei
sostenitori acritici delle virtù taumaturgiche della globalizzazione. Sappiamo
che la globalizzazione è una sfida, una sfida difficile, ma siamo convinti che i
suoi effetti vadano governati attraverso la cooperazione internazionale. Mi pare
che questa rinnovata, ampia azione internazionale dell'Italia risponda agli
interessi di un grande Paese, la cui capacità di rispondere alle sfide
competitive, il cui dinamismo e la cui creatività sono, appunto, le condizioni
per vincere. Interpretare in modo dinamico gli interessi generali del Paese
significa anche guardare con lungimiranza a Paesi percepiti con minore rilievo
strategico. Penso ad un continente dimenticato per antonomasia, ma non
dall'Italia, e in questo caso, in verità, neppure negli anni recenti, cioè
l'Africa, dove il presidente Prodi si è recato poche settimane fa per assistere,
unico Capo di Governo non africano invitato, al vertice dell'Unione Africana.
Anche questi sono segnali ... (Commenti del senatore Castelli) ... anche
questi sono segnali (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut,
Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur). ... di un'attenzione nostra e di un'attenzione
verso di noi. L'Africa è teatro sia di crisi umanitarie che politiche tra le più
drammatiche, dal Darfur alla Somalia, dove l'Italia ha un ruolo importante da
esercitare come parte del gruppo di contatto. Per l'Italia l'Africa è un
continente vicino. Basti pensare all'enorme problema dei flussi migratori, al
quale stato dedicato un primo summit euro-africano lo scorso novembre a
Tripoli. Infine, abbiamo dato rilievo ad una dimensione della politica estera
che è l'impegno intorno a grandi questioni di principio che toccano valori
fondamentali come quello dei diritti umani. Ne è testimonianza la campagna
promossa alle Nazioni Unite per la moratoria universale delle esecuzioni di
condanne a morte nel quadro di una campagna per l'abolizione completa della pena
capitale ... (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV
e Misto-Pop-Udeur e dai banchi del Governo) ... nell'ambito di una
iniziativa che non può che essere di lungo periodo in quanto punta a mutare
comportamenti collettivi consolidati. Sono stati già conseguiti risultati di
rilievo, tra cui la dichiarazione presentata in Assemblea generale dall'Unione
Europea, sottoscritta già da svariate decine di Paesi. Ci stiamo adoperando
perché si arrivi in tempi ravvicinati ad un dibattito e ad un voto
nell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Nell'azione internazionale dei mesi
scorsi abbiamo dovuto tenere conto di un vincolo evidente, difficilmente
eludibile: il vincolo della finanza pubblica, che ha imposto di contenere
risorse e, di conseguenza, ambizioni. Abbiamo cercato di rispondervi con azioni
di razionalizzazione e in prospettiva di più ampia riforma. Vorrei sottolineare
alcuni risultati non disprezzabili: innanzitutto, l'incremento della spesa per
aiuti pubblici allo sviluppo, praticamente raddoppiata, dai 374 milioni agli
oltre 600 del 2007, insufficienti e che, tuttavia, testimoniano di una volontà
del Governo di rilanciare l'azione italiana di lotta alla povertà, come asse
della nostra azione internazionale. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE,
IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur). Nel frattempo, abbiamo
messo a punto e presentato al Parlamento un primo progetto di riforma della
cooperazione allo sviluppo, a cui diamo e do molta importanza: una riforma
lungamente attesa, che spero il Parlamento ci aiuti adesso a realizzare al più
presto e che armonizzerebbe l'assetto italiano al principio prevalente in altri
Paesi europei e la separazione tra indirizzo politico, che resterà di competenza
del Ministero degli affari esteri, e gestione operativa, affidata ad una
struttura tecnica, aperta alla collaborazione con le Regioni, con i Comuni, con
i donatori privati per rendere più efficace e meglio coordinata l'azione
italiana di solidarietà. Stiamo anche lavorando alla struttura del Ministero
degli esteri con l'obiettivo di ridurre le spese al minimo compatibile e di
rendere più efficiente, razionalizzandola, la rete diplomatica e consolare.
Considero - ma voi direte: è naturale - il bilancio di questi mesi di lavoro
come bilancio positivo. Non è intenzione del Governo né mia enfatizzare
successi, anche perché siamo consapevoli della difficoltà delle sfide nelle
quali siamo impegnati. Tuttavia, l'Italia c'è in diversi scenari essenziali e
c'è con un ruolo di protagonista. In questa difficile fase delle relazioni
internazionali non possiamo permetterci di essere né cinici, né sognatori. Non
vogliamo rinunciare alla nostra ispirazione ideale, né possiamo rinunciare ad un
lucido realismo necessario per tradurre questa ispirazione in un'azione politica
efficace nel quadro dei rapporti di forza esistenti. La politica estera italiana
attuale è nella continuità con la tradizione migliore della politica estera
dell'Italia repubblicana. Abbiamo praticato nei fatti la priorità del
multilateralismo, un riferimento per noi obbligato, tra l'altro alla luce del
dettato della Costituzione repubblicana che ho citato all'inizio della mia
esposizione: rifiuto della guerra, ma anche coraggioso riferimento ad una
possibile limitazione della sovranità, nel nome di un impegno della comunità
internazionale. So bene che le scelte della politica estera, le singole scelte
della politica estera possono via via mettere a disagio una parte del Senato e
una parte dell'opinione pubblica. Nel valutare gli effetti complessivi di una
politica, ciò che si chiede non è l'adesione entusiasta ad ogni singolo
passaggio, ma, appunto, la valutazione di un disegno complessivo e di un'azione
complessiva, dei suoi indirizzi, dei suoi risultati, dei valori cui si ispira.
Credo che questa azione sia coerente e mi sono sforzato di dimostrarlo con il
programma con il quale la maggioranza di Governo si è presentata agli elettori.
Una cosa è certa: un Paese come l'Italia, che non è una grande potenza, non può
ingaggiare sfide così delicate e complesse come quelle nelle quali siamo
impegnati senza un consenso politico forte e chiaro. Di questo abbiamo bisogno.
Il Governo italiano non può trovarsi nelle prossime settimane ad affrontare la
difficile sfida, ad esempio, dell'atteggiamento internazionale verso un nuovo
governo palestinese, o la difficile discussione sul cambio di strategia in
Afghanistan nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, o la difficile sfida
sul tema della pena di morte (che, come voi sapete, irrita diversi grandi Paesi)
senza aver la certezza di un consenso e di una stabilità. (Applausi dai
Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur e dai banchi
del Governo). Non lo si può chiedere a nessuno e certamente il Governo non
lo potrebbe fare. Dunque, noi siamo qui a chiedere questo consenso, a chiedere
il consenso più ampio possibile per continuare nel difficile, impegnativo
cammino della pace. (Prolungati applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE,
IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur e dai banchi del Governo.
Numerosi senatori si alzano in piedi).
D'ALEMA
(REPLICA PRIMA DEL VOTO)
- Signor Presidente, signori senatori, io vorrei innanzitutto ringraziare il
Senato per la discussione assai ricca ed anche appassionata dalla quale
certamente il Governo, e per quanto mi riguarda il Ministro degli affari esteri,
trarranno indicazioni importanti per lo sviluppo del nostro lavoro. È una
discussione seria quella che ci ha impegnato e di ciò davvero voglio ringraziare
tutti gli esponenti dell'opposizione e della maggioranza. Ora ci troviamo alle
soglie di un voto che si presenta francamente un po' strano perché, in
definitiva, confliggono tra di loro due mozioni che si concludono, tuttavia,
entrambe con l'approvazione della politica estera del Governo. Devo dire che di
ciò mi sento molto onorato nei confronti dell'intero Senato della Repubblica che
gareggia su come approvare la politica estera del Governo. Certamente è una
situazione non facilissima da spiegare all'opinione pubblica, ma mi sforzerò di
esprimere la mia opinione su questa contrapposizione che appare abbastanza
singolare per il modo in cui si dispiega. Tuttavia, prima di venire a questo
tema che ruota intorno alla questione della continuità, su cui vorrei dire poi
parole sincere a questa Assemblea, torno a sottolineare, accogliendo lo stimolo
garbato e pungente del senatore Biondi con il quale duelliamo con garbo e
rispetto reciproco da tanti anni, che io non ho inteso minacciare nessuno, né la
maggioranza né il Senato, ma semplicemente ricordare con una battuta di ieri, ai
margini dell'incontro italo-spagnolo, che un elementare principio di natura
costituzionale dice che il Governo, per poter svolgere il suo lavoro in tutti i
campi, ma in modo particolare in un settore cruciale come la politica estera,
deve poter contare sul consenso della maggioranza parlamentare. È, se volete,
una banalità; tuttavia, penso per ragioni politiche, costituzionali e - se mi
permettete - anche etiche che l'idea di agire senza consenso, soprattutto quando
sono in gioco questioni così importanti come la pace, la guerra e la sicurezza
del Paese, è qualcosa che non appartiene al costume democratico e alle mie
abitudini. Credo di avere dimostrato nella mia vita politica di essere persona
molto attenta a misurare il consenso democratico, persino al di là degli
obblighi costituzionali, e a prendere atto del dissenso con una coerenza che non
sempre - lo dico - ho riscontrato in tutti i protagonisti della vita politica.
Ritengo che sarebbe tuttavia paradossale che una politica estera, che senza
alcun dubbio - lasciamo stare i sondaggi, che non fanno che confermarlo -
raccoglie in un momento complesso e tormentato un largo consenso nel Paese -
parrebbe assai più largo del consenso che più generalmente c'è intorno alla
politica del Governo - e senza alcun dubbio una vasta attenzione internazionale,
non trovasse il consenso del Senato della Repubblica; sarebbe davvero curioso e
aprirebbe una questione assai delicata. Penso che sul tema della continuità e
della discontinuità della politica estera italiana dobbiamo fare una discussione
seria. Dirò la mia: non possiamo confondere la continuità di fondo di una
politica estera sulla base di un consenso, che si è venuto formando nel corso
della lunga storia dell'Italia repubblicana, con gli elementi indubbi di novità
e di contrasto che sono emersi negli ultimi anni. Ho ricordato le coordinate
della continuità della politica estera italiana: l'articolo 11 della
Costituzione, ovvero la scelta dell'impegno dell'Italia per costruire un ordine
internazionale fondato sulla pace, il rifiuto della guerra e la partecipazione
attiva dell'Italia a quell'architettura di istituzioni e di alleanze (ONU,
Unione Europea e NATO) entro la quale la nostra politica estera si è sviluppata
in questi anni e continuerà a svilupparsi nel periodo prevedibilmente di fronte
a noi. Credo tuttavia che la raffigurazione, che è venuta in molti contributi
degli amici dell'opposizione, secondo cui lo scenario politico italiano e quello
internazionale sarebbero in definitiva caratterizzati da una parte da uno
schieramento che si muove su una linea coerentemente atlantica e occidentale e
dall'altra dalla protesta confusa di un mondo radicale e pacifista, non sia
esatta; non corrisponde alla realtà della vicenda politica italiana, europea e
mondiale degli ultimi anni, che ha visto aprirsi ben altra dialettica politica,
assai più complessa, e che ha attraversato in modo drammatico il campo
occidentale. Non c'è il minimo dubbio che di fronte alla politica
neoconservatrice dell'Amministrazione americana, di fronte alla teorizzazione
della guerra preventiva, dell'esportazione con la forza della democrazia e
all'atto della guerra in Iraq si è diviso l'Occidente. Non l'Occidente da una
parte e il pacifismo dall'altra parte; si è diviso il campo democratico
occidentale; si sono divise le grandi democrazie occidentali. Si è aperta una
ferita profonda che ha diviso anche il campo politico italiano rispetto ad un
consenso sulla politica estera che aveva caratterizzato lunghi decenni della
storia repubblicana. Questa è la verità. È lo scenario reale nel quale ci
muoviamo. Io credo che sia del tutto legittimo rivendicare, da questo punto di
vista, una novità nella politica del Governo Prodi rispetto alla politica del
Governo Berlusconi: la novità del non aderire alla politica neoconservatrice.
Non avremmo mandato i soldati in Iraq e non ce li avremmo mandati così come non
ce li ha mandati la maggioranza dei Paesi europei (Applausi dai Gruppi Ulivo,
RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur), la larga maggioranza
dei Paesi che appartengono all'Unione europea e all'Alleanza atlantica.
(Commenti dal Gruppo LNP). Naturalmente è legittimo avere un'opinione
diversa. È legittimo avere un'opinione diversa. La più grande democrazia
dell'Occidente, gli Stati Uniti d'America, è divisa da questo dibattito.
Figuriamoci se non è legittimo avere opinioni diverse, ma non è giusto
presentare il nostro punto di vista come in continuità con quello del Governo
precedente, perché su questo (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com,
Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur) marca una novità radicale. Certo, ciò non
significa che in tutti i campi il Governo attuale segni una rottura con il
passato. Se vogliamo parlare seriamente di continuità, ritengo che per certi
aspetti il Governo attuale recuperi una continuità più lontana della politica
estera italiana. Mi permetto di dubitare molto che i Governi democratici
imperniati sull'alleanza tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista
avrebbero approvato la teoria della guerra preventiva, se devo giudicare almeno
dal modo in cui gran parte degli esponenti di quel mondo si sono collocati nel
dibattito politico di questi anni. Allora, se vogliamo essere sinceri fino in
fondo in materia di continuità, credo che l'attuale Governo recuperi la
continuità di una ispirazione di fondo della politica estera italiana rispetto
ad uno strappo intervenuto negli ultimi anni. Ripeto: è ovviamente una opinione
opinabile, ma è un discorso di verità che - a mio giudizio - presenta uno
scenario più vero del dibattito politico internazionale e non uno scenario di
comodo. Lo dico perché allora troverei davvero curioso concludere questo
dibattito con una disputa sulle parole. Mi interessa molto di più il confronto
sulla sostanza e la sostanza è la seguente: se si apprezza l'impegno italiano
per contribuire ad una svolta nella politica internazionale, di cui certo noi
non siamo gli unici attori, né forse i principali, ma che tuttavia è in atto,
per uscire dalle secche dell'unilateralismo e per ritornare nell'alveo di una
politica multilaterale, per uscire dalle secche delle coalizioni dei volenterosi
e per ritornare nell'alveo del primato delle istituzioni internazionali, lo si
dica senza affermare che questo è in continuità con la partecipazione ai
volenterosi di prima. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut,
Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur). Noi lavoriamo per consolidare una svolta nella
situazione internazionale. Lo facciamo in Iraq, lo facciamo nel Medio Oriente,
lo facciamo in Afghanistan. Lo facciamo con scelte che tengono conto delle
diversità delle situazioni e anche qui voglio usare parole sincere nei confronti
di giudizi che non condivido e che mettono sullo stesso piano la vicenda
irachena e quella afgana. Ci sono delle differenze molto profonde, di carattere
giuridico, di carattere politico e di fatto, che fanno sì che mentre il ritiro
dall'Iraq è stato un atto politico che ha aperto all'Italia nuove possibilità di
iniziativa politica, rimettendoci in sintonia con la maggioranza degli europei e
anche con gran parte del mondo arabo, il ritiro dall'Afghanistan sarebbe un atto
unilaterale che ci separerebbe da tutta l'Europa, compresi quegli spagnoli che
sono lì a fianco a noi, non ci metterebbe in comunicazione con nessuno e non ci
farebbe fare nessun passo avanti. Vi è una profonda diversità tra un'azione
militare in Afghanistan, che è stata autorizzata dal Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite perché lì c'erano le basi dei terroristi. Prima ho parlato a
voi, ora parlo a loro; rispondo alle obiezioni, come si fa normalmente in un
dibattito. (Commenti dei senatori Novi e Massidda). La replica è la
risposta agli intervenuti: ho risposto prima, come era doveroso, agli oratori
dell'opposizione e ora sto rispondendo a quelli della maggioranza, se mi
permettete di farlo con cortesia e sincerità. (Applausi dai Gruppi Ulivo,
RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur). È diversa l'azione
militare in Afghanistan, autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite sulla base dell'accertato fatto che lì vi erano le basi di Al Qaeda,
dall'azione militare in Iraq, voluta in modo unilaterale sulla base della
menzogna che lì ci sarebbero state le armi di distruzione di massa. (Applausi
dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur).
Non sono la stessa cosa e non è giusto metterle sullo stesso piano nel modo in
cui si affrontano i diversi problemi di queste diverse situazioni. Per questo,
per voltare pagina in Afghanistan, bisogna stare dentro il quadro delle
responsabilità condivise e non separarsene: per ragioni politiche e non per
un'astratta continuità. Vedete, noi siamo di fronte a scelte politiche e a
passaggi assai complessi, davvero difficili, e in nessuna delle sfide in cui
siamo impegnati vi è certezza di successo, a cominciare da quella che ci vede in
primissimo piano nel Libano con una responsabilità preminente per il numero dei
militari e per il comando della missione delle Nazioni Unite. Ma in tutti questi
diversi campi noi ci muoviamo sulla linea di un difficile equilibrio: lealtà
alle alleanze, lealtà al quadro nell'ambito del quale noi ci troviamo (e se ne
usciamo non contiamo più nulla) e sforzo, impegno, per far avanzare
concretamente una nuova prospettiva di distensione e di pace. Voglio concludere
dicendo una parola, anche qui di verità, su Vicenza, dato che da tante parti è
stato sollecitato. Non ho mai nascosto che condivido l'opinione del Governo. Ho
citato in modo non banale le parole del Presidente del Consiglio, il quale si è
preso la responsabilità primaria, come è giusto, di confermare la disponibilità
italiana che era stata annunciata con una lettera del Capo di Stato Maggiore
delle Forze armate italiane, autorizzato dal Governo dell'epoca, agli americani
per l'allargamento della base di Vicenza. Si richiede di allargare tale base nel
quadro di quello che gli americani definiscono, ed è senza alcun dubbio, un
ridimensionamento della presenza americana in Europa, che, tra l'altro, ha già
previsto la dismissione della base della Maddalena e prevedrà un'ulteriore
riorganizzazione anche nel nostro territorio della presenza americana. Gli
americani che alla fine della guerra fredda avevano in Italia quasi 20.000
militari oggi ne hanno circa 12.000 e vanno ridimensionando la loro presenza in
Europa, come è ovvio che accada in un mutato scenario internazionale. In questo
quadro ci è stato chiesto di poter potenziare Vicenza per concentrare le forze,
chiudendo altri basi in Europa; un'iniziativa che è stata ritenuta ragionevole
dal Governo italiano, il quale ha assunto un impegno. È anche vero che sulla
base di questo impegno del Governo italiano gli americani hanno, molto
correttamente, predisposto un progetto, lo hanno sottoposto all'esame delle
istituzioni democratiche di Vicenza che lo hanno approvato, con determinate
cautele, ed io sinceramente ritengo che revocare questa autorizzazione
sarebbe stato e sarebbe da parte del Governo attuale, un atto ostile verso gli
Stati Uniti di cui non si comprenderebbe il senso e che avrebbe avuto degli
effetti controproducenti. (Applausi dai Gruppi FI e AN. Commenti del senatore
Massidda). La mia opinione è che nell'opposizione alla base di Vicenza si
sommino, tuttavia, sentimenti molto diversi. C'è probabilmente una posizione
pregiudiziale di una parte di opinione pubblica di contrarietà verso le basi
militari; c'è anche un sentimento diffuso della comunità vicentina, preoccupata
per una localizzazione di quella base che è considerata, da molti cittadini di
Vicenza, delle più diverse opinioni politiche, dannosa per lo sviluppo della
città, per le sue prospettive e per la possibilità per essa di godere di un area
di verde importante. Ed è per questo che, senza smentire l'orientamento preso,
abbiamo posto agli americani l'esigenza di una valutazione più approfondita
sulle preoccupazioni espresse nello stesso consiglio comunale di Vicenza, dove,
nel momento in cui è stato approvato il progetto, sono state, tuttavia, indicate
talune limitazioni e sulle preoccupazioni che si sono successivamente
manifestate anche nei movimenti e nei comitati dei cittadini di Vicenza. Questa
è la posizione del Governo. Non intendiamo rimettere in discussione
l'orientamento preso, ma insistiamo affinché si tenga conto delle preoccupazioni
dei cittadini di Vicenza e credo che, ragionevolmente, con questi cittadini il
Governo aprirà un dialogo, così come abbiamo chiesto agli Stati Uniti d'America
di tenerne conto. Questa è una posizione ragionevole, che al tempo stesso vuole
essere rispettosa degli impegni internazionali dell'Italia, ma anche delle
preoccupazioni legittime di una comunità italiana che sappiamo benissimo dove si
trova e di cui sappiamo anche ascoltare le preoccupazioni. Le farò leggere,
senatore Mantica, nello spirito di «ex socio» della Farnesina, le lettere che
provengono non solo da radicali pacifisti, ma da tante personalità di quella
comunità, comprese personalità del mondo religioso ed economico. Penso che il
Governo farà bene ad ascoltarle nella logica di un Governo democratico che
decide, ma si fa carico anche delle preoccupazioni dei cittadini. (Applausi
dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur e dai
banchi del Governo.) Ho voluto parlare con chiarezza e spero che questo
dibattito si concluda nella chiarezza. Chi condivide la politica estera del
Governo la voti, chi non la condivide voti contro anziché dire che la sostiene
dicendo che è un'altra da quella che è. È il momento dell'assunzione delle
responsabilità ed è per noi fondamentale misurare il consenso vero di
quest'Aula, condizione preziosa per andare avanti nel nostro lavoro.
(Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e
Misto-Pop-Udeur).
Fonte: Resoconto diramato da sediregionali.it - 2007 -
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