Milano: "Professione, multimedia, contratto: giornalista chi
sei ?".
Qui di seguito vi
proponiamo la relazione introduttiva di Giuseppe Baiocchi, uno dei fondatori di
"Stampa Democratica dal titolo: "Introduzione al Convegno in onore di Walter
Tobagi
Tra i colleghi amici e continuatori di Walter
Tobagi ci è capitato spesso in questi mesi di interrogarci sullo stato del
contratto dei giornalisti e del suo complicato rinnovo.
E, senza portare accuse a nessuno, ci è parso
vecchio constatare come figurino ancora nel documento tuttora vigente gli
articoli che definiscono in modo preciso ruoli e competenze dei giornalisti
dimafonisti-stenografi. Colleghi amatissimi e preziosi, un tempo
indispensabili, ma che ormai sono consegnati da troppi lustri al glorioso
famedio della professione.
E’ una professione, la nostra, che ha subito una
tumultuosa trasformazione non ancora del tutto compiuta e che ci interpella,
talvolta in forme inquietanti, sul significato di un ruolo pubblico che deve
immergersi per sua natura nello smarrimento collettivo del cittadino-consumatore
di notizie, troppo spesso oppresso e qualche volta angosciato da un frastuono
mediatico dove si perde come in una giungla il bisogno di senso.
Intanto basta un cellulare, nelle mani di chiunque,
per documentare con straordinaria efficacia lo svolgersi di una realtà
sconvolgente e qualche volta “dispettosa”: è accaduto con l’11 settembre, è
successo con lo “tsunami” nell’oceano; e, in ambiti molto più ristretti,
capita magari con le scene di ordinaria follia nelle scuole di ogni grado. E il
canale di Internet tutto diffonde e anticipa. E l’informazione ufficiale dov’è ?
Quasi sempre arriva dopo.
In realtà sembra compiersi, involontariamente,
l’antica profezia dei dadaisti, quell’avanguardia culturale e artistica di quasi
un secolo fa, che sosteneva come la verità poteva giungere soltanto
dall’associazione casuale e spontanea di termini e concetti differenti e
lontani. Nell’esperienza concreta del movimento “Dada”, poi sfociato nel
surrealismo, i primi termini associati furono questi: “cadaveri squisiti” . E la
condizione dei “cadaveri squisiti” sembra troppo spesso la martellante
fotografia dell’odierna comunicazione…
E’ il progresso inarrestabile e globale, è il
futuro già operante: e allora dentro il nostro tempo qual è la nostra funzione
di giornalisti? Noi siamo convinti che ci sia e sia insostituibile… Solo che
non si tratta più di farci cercatori d’oro delle notizie, quanto piuttosto
quella, civile e democratica, di chi fornisce alla società in ascolto il
criterio interpretativo, la selezione di significato, la gerarchia di
importanza; in una parola il ruolo indispensabile di “traduttore simultaneo” che
trasmette dal mare di informazioni brute la dimensione essenziale della
“comprensibilità”.
Allora, in un simile contesto, che richiede per sua
natura nell’arcipelago della multimedialità rapporti nuovi e inedite “relazioni
industriali”, si rivela senza dubbio di un’attualità straordinaria e
sorprendente l’intuizione con cui Walter Tobagi segnò la sua ricerca sul senso
della professione e il suo impegno nel sindacato, un percorso troppo presto
fermato per sempre dall’odio inutile dei suoi assassini.
La preoccupazione principale che Walter sentiva era
quella per il rischio di un’informazione omologata e pilotata da fuori: per
questo scelse di impegnarsi nel sindacato per tutelare davvero e nel concreto
l’autonomia e l’indipendenza non tanto della categoria (o della “corporazione”)
quanto piuttosto del singolo giornalista che , nella solitudine della sua
coscienza e della sua onestà intellettuale, potesse liberamente leggere e
interpretare una realtà comunque sfaccettata e talvolta sfuggente, così da
compiere il miglior servizio culturale al cittadino-consumatore di informazione.
E Tobagi era così lontano dai furori ideologici del
suo stesso tempo da tentare di costruire un fronte comune con altri soggetti
interessati all’autonomia e all’indipendenza: nasceva da qui il confronto
culturale (e lo cito da testimone diretto) che aveva avviato con il sostituto
procuratore Emilio Alessandrini e con altri magistrati che, pur in quella
terribile temperie, si interrogavano sul senso del loro ruolo civile. Nella
consapevolezza che il delicato equilibrio della democrazia richiedesse, per chi
si faceva investigatore e giudice, vuoi della legge vuoi dell’informazione,
un’autonomia coltivata nel rigore professionale e tutelata in ogni suo aspetto
per poter esercitare comunque la difficile fatica della libertà.
Il terrorismo brigatista non ha mai colpito a
caso: e tuttavia a distanza di decenni e in un quadro così profondamente mutato,
i problemi restano universali e l’autonomia e l’indipendenza del giornalista
rimane più che mai un valore da coltivare e da difendere soprattutto nella
stagione della flessibilità e nell’inedita costellazione multimediale. Non solo
per fedeltà al suo indimenticato presidente, ma per la concreta esperienza di
ogni giorno, il sindacato lombardo lo ripropone con forza a tutti gli altri
attori in campo…
Nessuno si illude che editori e azionisti,
pubblicitari e amministratori (e, perché no, anche i direttori) lo accettino per
bontà d’animo o per decreto-legge. Ma considereremmo già vinta la nostra
scommessa se avessimo suscitato il dubbio che, alla fine, l’autonomia e
l’indipendenza del giornalista “conviene” a tutti gli interlocutori. “Conviene”
alla qualità del prodotto, “conviene” alla trasparenza del mercato, “conviene”
alla libertà complessiva del Paese.
Concludo, se permettete, con la riflessione di un
grande avvocato dello sport, Peppino Prisco, di cui mi onoro di esser stato
l’unico vero biografo. Al termine del racconto della sua straordinaria vicenda
umana, Prisco diceva, nel libro che abbiamo fatto insieme, che “nella vita, come
nello sport e nella norma, occorre stare sempre a favore di tutti gli arbitri e
stare sempre contro tutti gli arbitrìi. In fondo è tutta una questione di
accento…”
La sfida che riguarda tutti noi, anche nella
professione e nelle relazioni industriali, è in fondo quella di costruire
insieme l’accento giusto.
Giuseppe Baiocchi