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delle notizie di Corverde 2011
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La crisi libica ricade sulle aziende italiane
Roma –
“I contratti sottoscritti tra le imprese italiane ed il governo libico
di Gheddafi risultano privi di efficacia a causa della mancanza di una
istituzione in grado di farli rispettare riconosciuta in Libia e dalla
comunità internazionale. Affermare semplicemente che essi sono sospesi è
una sostanziale bugia: le nostre aziende, di fatto, sono oggi fuori
dalla Libia e difficilmente vi rientreranno alle condizioni precedenti”
dice il 30 aprile 2011 l’ing. Alfredo Cestari, presidente della Camere
di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere.
Quali, allora, le
future dinamiche? Cosa debbono aspettarsi i tanti imprenditori le cui
aziende, con le attività d’improvviso bloccate a causa della guerra,
sono finite sull’orlo del fallimento? “Tecnicamente – continua - i
contratti potrebbero ritrovare legittimità solo se alla fine delle
ostilità e ad esito delle libere elezioni, il futuro governo legittimo
di Libia intendesse ereditare dal Governo-Gheddafi contratti e trattati
sottoscritti. Ipotesi remota. Comunque vada a finire, al suo esito
questa guerra avrà mutato le condizioni interne alla Libia ed i rapporti
internazionali: un eventuale Gheddafi al potere non farebbe entrare gli
italiani manco da turisti; un governo dei ribelli avrebbe difficoltà ad
assecondare le esigenze dell’Italia, Paese verso cui il popolo libico
sta riscoprendo il rancore sopito. Situazione delicata anche per le
sicure ed ingombranti pressioni a tutela degli interessi delle proprie
aziende pubbliche e private dei Governi degli altri Stati belligeranti.
Nella corsa alla ricostruzione ed allo sviluppo della Libia l’Italia
quindi si accorgerà di aver perso le posizioni acquisite a tutto
vantaggio, in particolare, di Francia ed Inghilterra. Questa silente
competizione, che esiste da tempo, ha già fruttato molto in termini di
‘preliminari di accordi’ proprio alla Francia. Sotto una perfetta regia,
forte di una dinamica collaudata e di una virtuosa intesa tra indirizzi
politico-militari ed economico-finanziari, Parigi sta guadagnando già
molto terreno, a tutto vantaggio del proprio sistema economico, dalla
strategia dei bombardamenti. E’ quindi illusorio dire che a fine guerra
si ripartirà da zero od a parità di condizioni. Il rischio è che alle
aziende italiane, un tempo regine e protagoniste in Libia, in un
prossimo futuro resteranno solo le briciole”.
Per mitigare la beffa
che si unirà al già enorme danno, Cestari invita imprenditori
danneggiati e Governo ad accordarsi “perché a fine guerra si possa
addivenire ad una comune stima delle perdite subite al fine di avviare
le procedure risarcitorie a beneficio delle aziende i cui investimenti
da attività internazionali in Libia siano stati precedentemente
assicurati, presso la Sace, contro il rischio-guerra”.
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