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Per chi vuol sapere quale è stato il primo editoriale di Correre nel verde ...

 

Quando "Correre nel verde" non esisteva, se non nella mia mente, già si argomentava nelle chiacchiere tra amici, che come sempre sono i primi interlocutori dei progetti, di quanto sarebbe stato bello scrivere o meglio descrivere fatti e cose con occhi semplici, da innamorati della vita, senza dare spazio a testi creati per convenienza o moda. Se poi qualcuno di noi fosse stato anche un esperto della materia (quale materia non ha importanza, ne tirammo fuori tali e tante che avremmo fatto invidia anche all’enciclopedia Treccani) tanto meglio, ma al primo posto dovevano venire la sincerità, la spontaneità e l’entusiasmo. Purtroppo queste buone intenzioni, forse idealistiche, di dar voce a chi non ne ha, di dar spazio alla notizia e non al commento, di dar risalto più alla gioia che non al dolore o allo scandalo cadono di fronte al quotidiano quindi è meglio lasciarle per il bar,  per l’ufficio o per il dopo cena a casa di amici; non uno degli antichi compagni di pensiero è con me nel portar avanti la battaglia. A questo punto (per la verità parlo dei primi mesi del 1999) presi la decisione di partire comunque con un progetto che ha l’ambizione di essere qualcosa di più di un atto di presenza nell’editoria italiana e nel mondo del web. Vuol essere una palestra di pensiero, di azioni, un "qualcosa" che racchiuda la stasi e il movimento, la critica e il plauso, il bello e il brutto. Un libro aperto dove tutti possano attingere e versare. Niente politica (leggete questa parola come "dichiarazioni politiche" e non nel suo termine semantico altrimenti sto mentendo) niente sport "ricco", ma esaltazione di quello fatto con il cuore e per "cuore" dovete intendere tutto ciò che realizziamo con la nostra volontà al fine di esaltare la voglia di salute, di libertà e di creare benefiche antitesi fra tecnologia e semplicità, lo sviluppo del senso sociale e dei principi di solidarietà. Il nostro diniego per quanto, magari il medesimo sport esaltato in qualche nostro articolo, viene ridotto e descritto come un fatto sociale finalizzato a far emergere, come sola finalità (ovviamente, se fosse casuale o secondaria, non avremmo nulla da obiettare): lo status simbol, il potere, la ricchezza materiale. Non meravigliatevi se su questa testata, almeno finché sarà diretta da me, non si vedranno mai titoli urlati siano calcio, formula uno od altro, ma richieste di pareri sull’importanza di cose utili per tutti. Per fare uno dei tanti esempi, di quanto sia importante la fase di riscaldamento prima di una partita. Su questo argomento non avremo pudore ad intervistare pariteticamente sia l’allenatore della nazionale italiana che il Mario Rossi allenatore dei pulcini della parrocchia "Poche case" frazione di "Paese sperduto", il medico sportivo della pluriscudettata Juventus e lo studente del primo anno di medicina sportiva che cura la squadretta locale. Dopo queste premesse rimangono i problemi della scelta del reperimento e della trattazione delle notizie. Niente di più facile, basta non avere preconcetti e saper essere pratici. Ad esempio, chi meglio del produttore di un vino può decantarne le qualità? So bene che è una strada pericolosa perché apre le porte ad imbonitori ed imbroglioni ma se un signore produce del Brunello di Montalcino e viene dalle nostre domande obbligato a parlare di questa tipologia di vino e non specificatamente del suo prodotto che male c’è che ne parli bene? Tanto siamo tutti d’accordo sul fatto che sia un vino eccezionale; se esagera e dice che è il più buono del mondo? Può anche darsi, di certo i produttori di Barolo non sono d’accordo, ma anche qui non vedo pericoli in quanto l’esposizione di un convincimento personale non cambierà di certo le nostre idee e i nostri gusti. Ben vengano allora interventi, com’è nostra tradizione sollecitare, di sponsorizzazione della nostra magnifica penisola, dei suoi prodotti, della sua natura e, perché no, della sua cultura e del suo genio creativo.

 

Giorgio Gandini

 

 

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